Uno spazio ostile

Pionieri

«Mentre vagavo nello Spazio, un pensiero continuava a ronzarmi nella testa: ogni parte di questo razzo è stata fornita da quelli che hanno fatto l’offerta più bassa».

Il film Apollo 13 racconta l’esperienza di puro terrore che colpì l’equipaggio della missione NASA partita alla volta della Luna l’11 Aprile 1970, i cui membri si trovarono all’improvviso a cercare di sopravvivere nell’ambiente meno adatto alla vita che esista: lo Spazio. Non c’è aria, gli sbalzi termici possono cuocerti o congelarti, manca l’atmosfera. Ci sono molti modi per morire nello Spazio: fuori da un qualunque veicolo progettato allo scopo, il sangue potrebbe bollire quasi istantaneamente; dentro l’astronave, se qualcosa va storto, si può morire di freddo, di fame e di mancanza d’ossigeno; oppure ci si può perdere nel cosmo, incapaci di tornare a casa. Gli astronauti dell’Apollo 13, invece, riuscirono grazie al loro ingegno e a quello del personale della NASA a tornare sani e salvi sulla Terra: se questa vi sembra una missione sfortunata, non conoscete le altre. Le sventure spaziali nascono ben prima che l’uomo fosse spedito fuori dall’atmosfera terrestre. Lanciare un astronauta in orbita è dannatamente difficile: malgrado si cerchi di calcolare ogni dettaglio, un piccolo inconveniente può mettere in pericolo missione ed equipaggio. I russi lo sanno bene, perché persero molti astronauti prima di riuscire nell’impresa di mandare Gagarin nello Spazio, in una missione non scevra di problemi.

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Tanto per cominciare, gli scienziati sovietici dovettero fare alcune scelte davvero azzardate. Nei viaggi spaziali è buona regola duplicare la strumentazione di bordo, di modo che se uno strumento si guasta possa essere utilizzato l’altro. Ma la navicella di Yuri Gagarin non poteva avere due motori di rientro, perché il peso sarebbe stato eccessivo e i tecnici decisero una soluzione diversa. Progettarono un solo motore e tracciarono un’orbita più bassa: l’attrito degli strati superiori dell’atmosfera avrebbe garantito un rallentamento naturale della navicella e il suo progressivo rientro dopo circa 10 giorni, se ci fosse stato qualche guasto meccanico nella fase di rientro. Nel lancio, però, i motori principali rimasero accesi qualche secondo di troppo e Gagarin si trovò più in alto di 100 chilometri del previsto, con la prospettiva di perdersi nello Spazio se il motore avesse avuto qualche malfunzionamento. Come sapete andò tutto per il meglio, sebbene all’inizio della discesa uno dei moduli della navicella non si staccò come avrebbe dovuto, rischiando di far perdere irrimediabilmente il giusto assetto e trasformando il cosmonauta e il suo veicolo in una palla di fuoco.

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Anche gli USA hanno avuto la loro dose di problemi, dalla Missione Apollo 1, che non arrivò mai a partire e decretò la morte di tre astronauti durante un’esercitazione a Terra, fino ai disastri del Challenger e del Columbia. Il primo avvenne nel 1986, appena dopo una settantina di secondi dal lancio: il cedimento di una guarnizione causò una fiammata e l’esplosione dell’enorme serbatoio del razzo, facendo precipitare la cabina di comando e il suo equipaggio, che molto probabilmente sopravvisse fino all’impatto nell’oceano, seppur privo di conoscenza. La storia del Columbia invece è più drammatica, giacché subito dopo il lancio il centro di comando a Terra si rese conto di un possibile problema. Il serbatoio del vettore del Columbia era ricoperto di materiale isolante, un pezzo del quale si staccò durante i primi istanti del lancio impattando contro l’ala dello shuttle e causando la rottura del rivestimento termico. Una volta in orbita sono condotte alcune indagini sul danno, ma è comunque impossibile intervenire e la missione prosegue. Purtroppo, durante il rientro e poco dopo l’ingresso nell’atmosfera terrestre, il Columbia va letteralmente in pezzi, uccidendo gli astronauti nei cieli di Dallas. Questo incidente fermò i viaggi spaziali della NASA per circa 3 anni.

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Nessuno ha mai sostenuto che andare nello Spazio sia semplice: lo stesso Kennedy, quando annunciò il programma che avrebbe condotto alla missione Apollo 11, la prima a portare un uomo sulla Luna, disse espressamente che bisognava farlo «non perché facile, ma perché difficile». Gli astronauti sanno benissimo quali rischi corrano, ancor di più ne erano consapevoli i protagonisti delle prime esplorazioni spaziali. E infatti gli astronauti della missione Apollo 15, partita con successo il 26 Luglio 1971 e atterrata sulla Luna poco più di 104 ore dopo, portarono all’insaputa dello staff della NASA una piccola scultura d’alluminio e una targa commemorativa, sulla quale erano incisi i nomi di astronauti, russi e americani, deceduti a causa di incidenti per la corsa allo Spazio. Il Fallen Astronaut è al momento l’unica opera artistica presente sul nostro satellite: è un monito, oltre che una giusta celebrazione degli uomini e delle donne che hanno dato la vita per il nostro progresso. Lo Spazio è pericoloso e ostile; non dovremmo mai scordare la dedizione e lo studio degli scienziati impegnati nei programmi d’esplorazione. La prossima meta, lo sapete, è Marte, un viaggio di 6 mesi per andare e 6 per tornare, più il tempo di permanenza sul Pianeta Rosso. È un sacco di tempo e molte cose potranno andare storte: se non succederà, sarà solo grazie alle menti eccelse che hanno lavorato e continueranno a farlo a questo e ai programmi precedenti, prevedendo ogni possibile problema e risolvendo quelli incredibilmente complicati che si sono parati davanti da quando abbiamo iniziato a lasciare il nostro pianeta. Abbiamo un debito di gratitudine con loro.

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