Alien: l’indimenticabile cult di Ridley Scott

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Alien

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«Nello Spazio nessuno può sentirti urlare».

Urla nello Spazio

La Fantascienza accompagna l’uomo fin dai suoi primi giorni di raziocinio. Con Genesi, Enuma Elish e PopolVuh s’è cercato di dare una spiegazione plausibile alle nostre origini e al perché siamo qui. Tutte le cosmogonie passano attraverso le stelle e qualcosa d’inspiegabile a esse legato e noi, fin d’allora, non abbiamo mai smesso di guardare per aria. Penne come quelle Luciano di Samosata, Jules Verne e H.G. Wells, apripista di centinaia di autori che hanno declinato la Fantascienza in ogni sfumatura possibile, mettendo a nostra disposizione le storie più disparate.

Sigourney Weaver nerdface

Ma sia che assistiamo alle lotte delle Grandi Case del Landsraad per il dominio su Arrakis e la sua Spezia, al geniale Mule che tiene in scacco una Galassia, alle tenere imprese del goffo E.T. di Rambaldi o all’enigmatico comportamento tenuto da Klaatu d’Ultimatum alla Terra, alla base d’ogni storia ci sono sempre le stesse domande e l’ ingovernabile desiderio di viaggiare, esplorare ed entrare in contatto con «gli altri oltre noi». È un’idea che ci attrae e ci terrorizza, quella di non essere soli, e la Fantascienza ha saputo solleticare sia l’uno, che l’altro aspetto. Nella pars construens ci ha parlato di civiltà avanzate, di progresso, di Repubbliche Galattiche e Federazioni dei Pianeti Uniti; in quella destruens ci ha messo di fronte a una vastissima gamma di situazioni che hanno fatto più o meno presa su di noi, finché non ci ha pensato Ridley Scott a farci davvero temere d’incontrare qualcuno lassù e in sala, 40 anni fa, s’è fatto buio davvero.

alien 1979 film behind scene ridley scott nerd origins nerdface

Alien non fu il frutto di un’idea originale, anzi, fu piuttosto il comporsi di un mosaico: vari racconti, tra cui A Discord in Scarlet, scritto nel 1939 da Alfred E. van Vogt; il film di Mario Bava Terrore nello Spazio del 1965; le astronavi spropositate disegnate da Chris Foss e Moebius; ovviamente, le disturbanti figure di Hans Ruedi Giger. Sono solo i principali tra i numerosi spunti da cui lo sceneggiatore Dan O’ Bannon trasse ispirazione, prima di passare nelle mani di Ridley Scott, che non era la prima scelta dietro la macchina da presa; un materiale con cui il regista ha saputo confezionare un gioiello.

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Il mondo di Alien non è popolato da migliaia di razze che convivono, non ci sono bar dove orchestrine suonano ininterrottamente jazz spaziali, né astronavi velocissime, né l’iperspazio. C’è l’ipersonno, in cui lo sventurato equipaggio della Nostromo è immerso, prima d’essere svegliato in un incubo tremendo, vissuto su di un’astronave tanto enorme quanto claustrofobica, tra tappeti di uova avvolte nella nebbia (la stessa usata per un concerto degli Who), androidi infidi (Ian Holm magistrale) e mostri parassiti che uccidono per nascere, vivono per uccidere e morendo uccidono. Non c’è un tassello fuori posto, nel mosaico composto da O’Bannon e Ridley Scott: atmosfere, spazi, tempi, luci e ombre si bilanciano alla perfezione in ogni inquadratura, scortandoci dal torpore un po’ annoiato, alla tensione, fino alla disperazione di uno scontro che non sarà mai alla pari e che permetterà alla sensazionale, stupenda Sigourney Weaver, qui nel suo primo ruolo da protagonista in un film, di conquistare la celebrità, un premio BAFTA (Miglior Attrice Debuttante) e il ritorno a casa, dopo aver debellato un mostro che pareva invincibile, affrontandolo, peraltro, in una mise mutande e canottiera che avrebbe fatto venire i bollori a un surgelato.

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Dopo tanto tempo, 3 sequel (uno splendido, uno medio e uno ridicolo), 2 prequel (trascurabili, se non evitabili) e vari tentativi di mash up, Alien s’è ritagliato il suo spazio in un firmamento sempre più ingombro di rottami e carcasse di flop e saghe annacquate; uno spazio magari limitato, rispetto ad altri, ma che ci regala sempre un brivido quando ci troviamo a osservarlo, quando «nello Spazio nessuno può sentirti urlare».

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