La Sirenetta: il Rinascimento Disney passò da un granchio

nerdface nerd origins la sirenetta

La Sirenetta

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«Teenagers… They think they know everything. You give them an inch, they swim all over you».

In fondo al mar comanda un granchio

La Sirenetta è il capostipite dei film usciti nel decennio compreso tra il 1989 e il 1999, il cosiddetto Rinascimento Disney che, con buona pace di quello vero, portando sullo schermo storie in stile musical di Broadway di amori impossibili tra personaggi problematici, aiutati da un’accozzaglia di improbabili piccoli amici e ostacolati da villain più o meno credibili, fruttò alle Grandi Orecchie bastimenti carichi di dollari, sbancando i botteghini di tutto il mondo. La Sirenetta è il primo film in cui l’avido topo s’avvalse del Computer Animation Production System; l’ultimo in cui i fogli di celluloide furono colorati a mano. È uno dei film in cui i vari maniaci di messaggistica subliminale hanno ravvisato il maggior numero di presenze gratuite di immagini falliche. Fatte le dovute premesse, Nerdface sfida chiunque a negare l’ovvio: il successo planetario de La Sirenetta è legato a un singolo crostaceo. Ma andiamo con ordine.

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La tristissima storia originale, tratta ovviamente dalla fiaba di Hans Christian Andersen, subisce pesantissimi ritocchi. Stravolta nel finale, al fine di garantire il trionfo dell’amore interrazziale tra un umano e una sirena, accomunati da un’anfibia stupidità, fu arricchita da un’ondata di canzoni, scene musicate e coreografie popolata da una marea di personaggi di contorno. Il risultato fu straordinario. Capita spesso che i comprimari rubino la scena agli attori principali, ma qui i non protagonisti letteralmente esondano, inabissando la coppia di spasimanti molto al di sotto di qualsiasi soglia d’attenzione. Non crediamo sia un caso, del resto, se in 83 minuti di musical dalla gola di Ariel, sedicenne ribelle figlia del Re dei Mari, nota a tutto il mondo marino per l’incantevole voce, non fuoriescano altro che tre gorgheggi, più alcuni estratti dal prontuario delle risposte scocciate di adolescenti scontenti. Miglior figura non la fa Eric, Principe di Vattelappesca belloccio, coraggioso e completamente cretino, di quelli che, parafrasando la Sora Lella, «scambiano ‘na coda de sirena pe ‘n par de mutande».

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L’amore a prima vista tra i due è osteggiato, oltre che dalle leggi della natura, anche da Tritone, Re dei Mari e attempato padre vedovo di Ariel e altre 6 figlie (Aquata, Andrina, Arista, Attina, Adella, Alana) il quale, una volta scoperta la cotta, da bravo genitore civile e moderno tappa la sirenetta in casa e le sfascia l’intera collezione di reperti umani. A complicare la questione, finalmente, c’è un cattivo veramente tosto. Ispirata dalla vita in su alle fattezze della Drag Queen Divine e a una piovra per l’altra metà, interpretata magistralmente dalla voce di Pat Carrol, Ursula la Strega dei Mari è uno spettacolo: obesità e grazia, tratti androgini e femminilità sono dosati alla perfezione e mescolati alla più pura malvagità disneyana. È invidiosa, cova rancore ed è spietatamente crudele con chi le si rivolge per ottenere i suoi magici servigi. Una schiera di abitanti del mare, ridotti a molluschi derelitti, è testimone vivente di quanto subdole e pericolose siano le sue truffe e, sia pure per qualche minuto, la Vanna Marchi degli abissi riuscirà a umiliare in questa forma anche il suo arcinemico Tritone.

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È qui che entrano in gioco i veri eroi de La Sirenetta. È vero che a impalare Ursula col bompresso di un relitto ci pensa Eric, ma i destini della sua storia d’amore con Ariel e del Regno di Atlantia (sic) esiterebbero in maniera assai infausta, se la fervida immaginazione degli sceneggiatori non avesse introdotto personaggi del regno animale (gli unici dotati di personalità degne di nota e un filo di sale in zucca), come Flounder, Scuttle e Orazio Thelonius Ignatius Crostaceus Sebastian. Se ai primi due, un pavido pescetto colorato e un gabbiano svitato, sedicente esperto d’umanità, spetta un ruolo da meri caratteristi, limitato alla cosiddetta linea comica, Sebastian è il vero asso pigliatutto del film. Interpretato da Samuel E. Wright, il minuscolo granchietto coi labbroni prominenti e la voce calda dall’accento caraibico (giamaicano, nella versione originale) è protagonista indiscusso di ogni momento significativo della pellicola. Vero artista e trascinatore di masse, è Sebastian a cantare In fondo al mar (Under the sea) e Baciala (Kiss the girl), i veri pezzi forti della colonna sonora: indimenticabili e a parer nostro ineguagliati capolavori di musica e animazione. A lui si devono i pur scarsissimi progressi che la svampita sirenetta compie alla conquista dello stolido Principe ed è sempre lui ad architettare l’assalto a Ursula, per sventare il suo piano di soffiare Eric ad Ariel. Da non dimenticare sono la serie infinita di espressioni facciali del granchietto, le sue reazioni all’ira di Tritone e soprattutto l’esilarante scena slapstick, in cui Sebastian, da solo, riduce in campo di battaglia la cucina di uno chef sadico che vorrebbe friggerlo. In poche parole, senza Sebastian e compagni La Sirenetta sarebbe stata più insipida di un piatto di merluzzo lesso e il Rinascimento Disney, che tenne bene a mente la lezione, sfornando decine di bestiole antropomorfe a tenere in piedi ogni film, avrebbe rischiato d’essere il lento declino di un Impero. Si tiene, infine, a ricordare che nella versione italiana La Sirenetta era preceduto dal corto Paperino Guardiano del Faro, vera perla, per restare in tema.

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