Smallville: la serie TV dedicata all’adolescenza di Superman

Smallville

«A volte, accettare il proprio destino è il solo modo di maturare».

Anche Superman è stato un ragazzo

Un cartellone stradale con su scritto Smallville e una carrellata a salire: questo è quanto vidi nel primo teaser trailer trasmesso. Quel nome, per chi conosceva la storia di Superman, significava solo una cosa: stava per arrivare una nuova serie sul kryptoniano.

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Era un primo pomeriggio di tantissimi, troppi anni fa e, pur se intontito da un pranzo abbondante, riuscii a ricollegare quel teaser a una dichiarazione dell’attore John Schneider, che tempo prima aveva detto d’essere al lavoro su un progetto riguardante Superman. Inutile dire che il mio hype crebbe all’istante. Finalmente, nel Dicembre del 2002 Smallville arrivò sulla televisione nostrana e ci sarebbe restata, con fortune alterne, fino al 2011.

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Per chi non sapesse o non ricordasse, Smallville era una serie ambientata nell’omonima cittadina fittizia del Kansas, famosa soprattutto per essere il luogo dell’atterraggio della piccola astronave che conteneva Kal-El, il bambino che poi sarebbe diventato Superman. La storia, quindi, non puntava a presentare le avventure del supereroe maturo, quanto invece a raccontare i suoi anni da adolescente, in un contesto meno globale e, soprattutto, prima che diventasse la Grande S. Tom Welling dava il volto a Clark Kent, ingenuo quasi in maniera fastidiosa, mentre Kristen Kreuk era stata scelta per il ruolo di Lana Lang, amore giovanile di Clark e vertice di praticamente tutti gli intrecci amorosi della serie, fino all’arrivo di Lois Lane, interpretata da Erica Durance e arrivata piuttosto avanti nelle corso delle stagioni.

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Smallville per i primi tempi divenne un appuntamento fisso per me sebbene, come tutte le serie TV dal target teen, soffrisse di alcuni problemi difficilmente risolvibili. Innanzitutto nei personaggi, forzatamente costretti a interagire in modi piuttosto banali e nelle poche location a disposizione. In particolare, questa pecca risaltava quando sulla scena c’era Lex Luthor, interpretato da Michael Rosenbaum, che praticamente passa la prima stagione nel suo studio, con in mano sempre un bicchiere di bourbon, a volte fissando il camino acceso, altre guardando laconicamente nel nulla. Altro grosso problema comune a chiunque voglia scrivere di Superman è l’invulnerabilità del personaggio, rendendo difficilissimo trovare qualcosa che possa metterlo in difficoltà. Non a caso, spesso nei fumetti come nei film il pericolo è indiretto e colpisce soprattutto le persone a lui legate, i suoi amici o la donna amata.

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In Smallville il problema è risolto con un abbondante uso della kryptonite: i resti del pianeta natale di Superman, per lui mortali a causa della radioattività specifica. Nella ridente cittadina del Kansas, quando Kal è arriva si porta dietro uno sciame di meteoriti di kryptonite che, oltre a causare danni molto seri alla cittadina, col tempo mutano alcuni abitanti, trasformandoli in metaumani e non tutti armati di buona volontà. Ecco, forse il problema più evidente, almeno all’inizio di Smallville, fu che ogni settimana il giovane Clark Kent si trovava ad affrontare un metaumano diverso, cercando nel contempo di non svelare i suoi poteri e di corteggiare un minimo Lana. Non era decisamente la strada giusta. Probabilmente anche per questo motivo la serie, dopo un inizio col botto, iniziò a perdere ascolti, sia in America che in Italia, e virò molto più sul teen drama, senza però riuscire ad affrancarsi dai cliché del genere e, anzi, ricalcandoli in maniera fin troppo già vista. Fu una brutta gatta da pelare, per chi si occupava dei palinsesti.

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Smallville, partita inizialmente in prima serata, fu spostata in seconda fascia, ma senza risultati apprezzabili; in seguito fu collocata nel primo pomeriggio e gli episodi furono mutilati pesantemente, sia per questione di censura, dovuta alla nuova collocazione, sia per la durata degli episodi. A tutti parve chiaro che Mediaset, il canale ospitante, volesse solo togliersela di torno il prima possibile, mentre forse era contrattualmente vincolata a trasmetterla. Fu un’epopea odiosa seguire Smallville nel primo pomeriggio, cercando d’ignorare i tagli fatti con l’accetta; molti, semplicemente, smisero di seguirla del tutto. Per quanto rimangano bellissimi i ricordi della serie, come quello legato l’ultima apparizione su schermo di Christopher Reeve, il Superman originale del film del 1978, come il primo volo di Clark Kent nel costume iconografico dalla S sul petto.

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Smallville rimane purtroppo una serie che fallì il suo scopo, un flop strano tuttavia, un flop con milioni di fan ancora attivi, probabilmente da cercarsi tra gli irriducibili in parte assorbiti dalle produzioni successive dell’Arrowverse, che ha decisamente migliorato il tiro, soprattutto con Elseworld, comunque consapevoli di come Smallville arrancasse stagione dopo stagione fino al 2011, anno della sua conclusione. Accade così, quando la scrittura non è forte abbastanza. Se vuoi scrivere un teen drama, ma decidi d’ambientarlo nell’universo di Superman, devi avere le idee molto chiare e il coraggio di fare scelte capaci di contestualizzare i cliché, altrimenti si finisce per creare un ibrido nel quale i momenti da supereroe sono troppo nettamente staccati dal resto. Smallville non fu in grado d’integrare i due aspetti, forse perché arrivata troppo presto, o forse per le ingombranti potenzialità del suo protagonista. Oppure, semplicemente, fu presa sottogamba dai suoi stessi sceneggiatori. Io ricorderò sempre il primo hype, le prime puntate e l’emozione di quando partiva Save me, di Remy Zero; ricorderò quanto ho faticato per finire tutte le stagioni. Fu un viaggio complicato e non sempre piacevole, ma andava fatto.

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