Indiana Jones e i Predatori dell’arca Perduta: alla faccia di Amy

Indiana Jones e i Predatori dell’Arca Perduta

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«È il destino dell’archeologo quello di vedere frustrati anni e anni di lavoro e ricerche».

Oro

Nel 2013, quando andò per la prima volta in onda il quarto episodio della settima stagione di The Big Bang Theory, il pubblico si ritrovò ad assistere alla demolizione in due battute di un film da parte dell’inquietante (ed esilarante) fidanzata di uno degli ancor più inquietanti (ed esilaranti) protagonisti: «Indiana Jones plays no role in the outcome of the story», sentenziava Amy Farrah Fowler su milioni di piccoli schermi, con asciutto cinismo. «If he weren’t in the film, it would turn out exactly the same». Il bello è che, nello sgomento dei quattro assurdi nerd di Pasadena e di molti altri a venire, è tutto vero. I Predatori dell’Arca Perduta narra eventi che, nonostante ogni sforzo, il protagonista non è in alcun modo in grado di mutare o governare.

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Se di primo acchito questa rivelazione è di sapore talmente sgradevole da farci domandare come osino le moleste creature di Chuck Lorre e Bill Prady farsi beffe di uno dei figli prediletti di Steven Spielberg e George Lucas, in realtà basta pochissimo per rendersi conto che una scoperta del genere, più che rabbia, dovrebbe generare giusto un po’ di meraviglia e nulla di più. Davvero poco male se il professor Henry Walton Jones, Jr., cattedratico a Princeton, non riesca ad alterare in modo significativo l’esito finale della prima pellicola a lui dedicata, perché in 111 minuti di proiezione, Spielberg e Lucas tramite Indiana Jones cambiano (ancora) la storia del cinema d’avventura.

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I Predatori dell’Arca Perduta è un film senza tempo: grandioso e scemo al tempo stesso e al punto giusto, meritevole d’essere visto e rivisto (Sheldon Cooper è arrivato a quota 36 proiezioni, per esempio), godendosi da soli, con gli amici o coi figli che crescono una delle storie (e saghe) più esaltanti degli ultimi quarant’anni e una delle interpretazioni più azzeccate di Harrison Ford, che all’epoca era già Han Solo, per capirci.

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Con I Predatori dell’Arca Perduta nasce, infatti, quel mondo assai piccolo, se paragonato alle galassie cui ci aveva abituato George Lucas, ma altrettanto sconfinato e cosmopolita, ambientato negli anni ’30 del 1900, in cui storia e leggenda, realtà e fantasia si mescolano con affascinante spettacolarità. Un mondo popolato da personaggi memorabili, che sarebbero diventati ospiti fissi della saga, come gli amici Sallah (John Rhys-Davies) e Marcus Brody (Denholm Elliott), o che non avrebbero più fatto ritorno: purtroppo, nel caso della bellissima Marion Ravenwood (Karen Allen), miglior co-protagonista femminile della saga; per fortuna, nel caso del ripugnante agente della Gestapo Arnold Ernst Toht (Ronald Lacey); per forza di cose, nel caso dell’arcirivale senza scrupoli René Belloq (Paul Freeman). All’interno di questo mondo, Indiana Jones e comprimari si spostano accompagnati dalle sempiterne note di John Williams in un inseguimento frenetico in cui tracciano, a prescindere dal mezzo di trasporto in uso, la famosissima linea rossa sulla mappa e, soprattutto, mettono in moto una spirale inarrestabile d’azione avvincente, senza sosta e talvolta senza scopo, in cui le forze del Bene e del Male, identificate in maniera casereccia ma molto efficace, si danno battaglia sfruttando ogni mezzo possibile, dalle frecce avvelenate alle scimmie ammaestrate, ai sempre presenti e mai sgraditi camion carichi di munizioni ed esplosivi. Semplicemente, oro.

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Davvero, dunque, c’è da rimanere così scottati per un problema di trama? Se l’Arca Perduta è il fine e Indiana Jones non è il mezzo, ma solo un brillante, sfavillante contorno, qual è il problema?  Cari Amy Farrah Fowler e guastafeste vari, tenetevi stretti al petto la logica e l’accuratezza. Noi fortunati, che abbiamo guardato e continueremo a guardare gongolando Indiana Jones e tutta la sua saga, ci accontenteremo di fortuna e gloria.

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