Steven Spielberg: il regista che ci ha cresciuto coi suoi sogni

Steven Spielberg

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«I dream for a living».

Il sognatore

Il secondo padre putativo della nostra infanzia è il regista in grado d’averci guidato per mano alla scoperta dell’avventura. Se Walt Disney ha nutrito il nostro essere bambini, Steven Spielberg s’è invece occupato egregiamente della nostra adolescenza, creando molti miti che ancora oggi amiamo osannare e omaggiare. È giovanissimo quando inizia ad approcciarsi al mezzo che lo renderà famoso nel mondo; è sveglio, con grande voglia di fare e una 8mm al fianco: si cimenta in storie western e di guerra, con la Fantascienza e la tecnologia. Bambino prodigio, forse, ma sicuramente già dotato di quello spirito che lo renderà capace di creare praticamente dal nulla gran parte dei suoi capolavori. Iniziamo, dunque, da Lo Squalo (1975). Il film è l’adattamento di un romanzo e Steven Spielberg ha una decina di giorni per girarlo tutto. I guai si manifestano da subito: in parte il regista se li va a cercare con la scelta di non girare in vasca, ma in mare aperto; in parte, però, sono i problemi a cercare lui e si manifestano coi continui malfunzionamenti del predatore degli abissi del film: un animatrone che Steven Spielberg stesso chiamerà il «difetto speciale». Alla fine, tra ritardi e inghippi, Lo Squalo è completato in 13 giorni ed esce nelle sale, pronto a terrorizzare i bagnanti di tutto il mondo. Segreto del suo successo: il livello di suspense tenuto alto grazie alla scelta di non far vedere spesso il mostro, effetto in qualche modo non voluto, ma legato ai suoi continui corto circuiti e malfunzionamenti.

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L’esordio sul piccolo schermo di Steven Spielberg è, però, precedente: si tratta di Duel (1971), film tratto da un racconto di Richard Matheson. Narra il duello on the road tra un enorme autoarticolato, del cui autista non vediamo mai il volto, e un piccolo borghese su una più banale compatta. Duel è un capolavoro ed è il vero artefice del successo di Steven Spielberg: dopo di esso, infatti, avrà la possibilità di girare molti dei suoi successi, a partire proprio da Lo Squalo.

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Forse inutile citarli uno per uno, ma è inconfutabile: un numero impressionante di film che abbiamo adorato da giovani e giovanissimi sono firmati da Steven Spielberg e sono divenuti parte di noi. Indiana Jones, per esempio, ha cresciuto milioni di ragazzi con la voglia di dedicarsi all’archeologia, quella dell’eroe pulp, ovviamente, non quella reale dove la X non segna il punto dove scavare; Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (1977) ha nutrito la nostra voglia di Fantascienza; 1941: Allarme a Hollywood (1979) ci ha fatto ridere; E.T. (1982) ci ha commosso fino alle lacrime. E fino a qui eravamo bambini. Però, poi, cresciamo e con sorpresa ci accorgiamo che Steven Spielberg sembra ci stia osservando, grazie alla capacità di darci sempre quanto desideriamo. Jurassic Park (1993), così come Salvate il Soldato Ryan (1998), spostano il target in alto e lo fissano su quei bambini che avevano visto E.T. e ora sono più grandi e maturi. Si tratta di noi.

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E continuiamo a crescere insieme a Schindler’s List (1993), Minority Report (2002), The Terminal (2004) e allo struggente A.I.: Intelligenza Artificiale (2001), in questo continuo cambio di generi e atmosfere, ambientazioni e personaggi. Sembrerebbe proprio un percorso ben segnato, se non fosse che Steven Spielberg non sta dando ascolto a noi, ma a se stesso. La sua produzione è data sì dall’attenzione al pubblico, ma prima ancora dalla voglia di realizzare un suo sogno o una sua visione. Lo ha dimostrato con alcuni film che poco abbiamo digerito, come l’ultimo Indiana Jones o proprio lo sfortunato A.I.: Intelligenza Artificiale. Quest’ultima sarebbe dovuta essere una pellicola di Stanley Kubrick, ma passa di mano all’amico Steven dopo la morte dell’autore di Shining. Sono due film che non convincono la maggior parte di pubblico e critica, ma sono progetti sui quali il regista si mette col consueto impegno.

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Discorso diverso vale per i lavori di Steven Spielberg meno legati al puro intrattenimento, che finora hanno sempre fatto centro, sebbene spesso legati alla produzione di DreamWorks, come nel caso di Amistad (1997), il film sulla rivolta degli schiavi a bordo della nave che li trasportava e del successivo processo. DreamWorks, per inciso, che tra i fondatori annovera lo stesso Steven Spielberg. Questo potrebbe significare rivolgere l’attenzione dal regista a noi stessi, forse poco avvezzi all’evoluzione di qualcosa che ci è caro e che non vogliamo veder crescere e cambiare, perché diventare adulti è il male assoluto. Com’è successo recentemente con Star Wars dell’altro grande, George Lucas, e al nuovo corso di Star Trek. Ecco: Steven Spielberg ha nutrito il nostro essere bambini e il nostro essere adulti, passando per l’adolescenza. Ha realizzato film per praticamente ogni fase della nostra vita e il rovescio della medaglia è che siamo diventati troppo vecchi per alcuni di essi, sempre realizzati, invece, col suo spirito da fanciullo.

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Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo (2008) soffre di parecchi problemi, ma probabilmente per un bambino di 11 anni è un capolavoro da consumare nel lettore Blu-Ray di casa, esattamente come lo era per noi I Predatori dell’Arca Perduta (1981), la cui videocassetta rovinava le testine del VHS. Come tutti, rimaniamo spiazzati quando da bambini scopriamo che papà non è invincibile ma, al pari di tutti gli uomini, può sbagliare e perfino fallire. Proprio in questo Steven Spielberg è uno dei registi più onesti che ci possa capitare di trovare: non vuole deluderci e, quando lo fa, non è perché pensava d’ingrassarsi mandando in sala qualcosa finalizzato solo a spillare soldi a noi nostalgici, ma solo perché davvero era qualcosa che si era divertito a fare. Un divertimento riscontrabile nei vari cammeo di cui s’è reso protagonista, anche al di fuori dei suoi stessi filmSteven Spielberg appare dunque in The Blues BrothersGremlins e Vanilla Sky, così come è una voce alla radio ne Lo Squalo o un turista coi suoi pop-corn in Jurassic Park.

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La sua produzione è varia e passa dalla Fantascienza al Pulp, dai film di guerra ai lungometraggi animati in CGI, come il meraviglioso Le Avventure di Tin Tin: il Segreto dell’Unicorno (2011), dal celebre fumetto belga di Hergé, fino a Hook (1991) o una spy-story come il recente Il Ponte delle Spie (2015). Non tutto può (e deve) piacerci: non tutti, per esempio, riescono ancora a vedere Il Colore Viola (1985), nonostante sia riconosciuto come un gran bel film. Una produzione, va sottolineato, che non s’è limitata solo alla regia: i primi quattro Transformers vedono anche la sua firma e la vecchia motrice arrugginita in cui faceva la prima apparizione Optimus Prime è un Peterbilt 281, la stessa di Duel. Insieme a Tom Hanks, poi, Steven Spielberg ha prodotto le serie TV Band of Brothers e The Pacific, andando ad approfondire un tema a lui caro come la Seconda Guerra Mondiale; nel 2011 è il deus ex machina di Falling Skies e prima ancora lo era stato di E.R.: Medici in Prima Linea. Tornando al cinema, sono talmente tanti i film con lo zampino di Steven Spielberg, che meriterebbero un articolo a parte, per qualità, generi e diversità dei registi chiamati a lavorarvi. Alcuni esempi: Poltergeist (1982), di Tobe Hopper; i due Gremlins e Salto nel Buio (1987), di Joe Dante; I Goonies (1985), di Richard Donner; la trilogia di Ritorno al Futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit?, di Robert Zemeckis; Piramide di Paura (1985), di Barry Levinson; i due Men in Black, di Barry Sonnenfeld; Lettere da Iwo Jima (2006) e Hereafter (2010), di Clint Eastwood. Steven Spielberg ci ha accompagnato per tutta l’infanzia, ci ha sostenuto nell’adolescenza e non ci ha mai fatto sentire la sua mancanza da adulti, ricordandoci spesso da dove fossimo provenuti, chi eravamo o chi avremmo voluto essere. Lo sta facendo ancora oggi, con noi e i nostri figli, in un percorso che va a chiudere quel cerchio che ha fatto da premessa a questo articolo. È infatti del 2016 GGG: il Grande Gigante Gentile, il primo film che vede il regista lavorare per Disney, guarda caso proprio su un racconto di quel Roald Dahl che ci deliziò da bambini con La Fabbrica di Cioccolato.  Si è trattato però solo di un prologo, un antipasto di quello che sarebbe stato il vero colpo basso a noi nerd crersciuti nei magnifici ’80: due anni dopo il GGG arriva in sala Ready Player One e i cinema letteralmente cascano giù. Inevitabilmente diverso dal romanzo originale, pur scatenando le inevitabili polemiche dei puristi, è visto e rivisto da tutti quei videogiocatori desiderosi di cogliere le centinaia di citazioni, riferimenti e omaggi a una cultura, la nostra, celebrata in un film che diventa manifesto. Di cui Steven Spielberg è stato ed ancora tra i più importanti autori.

Come annunciato nei giorni passati, inizia proprio con questo articolo su un personaggio così importante la collaborazione di Nerdface con la giovane fotografa e illustratrice Denise Esposito, la cui storia potete recuperare cliccando QUI. Ecco la sua prima illustrazione disegnata in esclusiva per noi e dedicata a Steven Spielberg.

nerdface nerd origins steven spielberg artwork denise esposito

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