L’Uomo di Piltdown: nessun anello mancante | Weird Science

una scimmia legge un libro - nerdface

L’Uomo di Piltdown

il suo scopritaore mostra il cranio dell'uomo di piltdown - nerdface

«Ignorance more frequently begets confidence than does knowledge: it is those who know little, and not those who know much, who so positively assert that this or that problem will never be solved by science».

Charles Darwin

Nessun anello mancante

La Teoria dell’Evoluzione, così com’è insegnata nelle scuole primaria e secondaria, non ripara affatto gli individui da alcuni cortocircuiti logici, che poi sono, spesso, anche il motto costante dei creazionisti. Quelli che all’Evoluzione non credono, per capirci, e che indicano in Dio l’origine della specie, anzi, di tutte le specie. Tra questi il motto più caro, almeno fino a qualche tempo fa, era: «Se la Teoria dell’Evoluzione è vera, allora mostratemi l’anello mancante tra uomo e scimmia».

La Teoria dell’Evoluzione

Vediamo di spiegare perché nella frase citata ci sono almeno due errori e partiamo dal primo, un errore tipico di chi l’Evoluzione non l’ha capita affatto. Uomo e scimmia sono creature diverse, distinte. Non ci siamo evoluti dagli scimpanzé, né dai gorilla, né da nessuna delle altre specie di primati esistenti. In realtà, la Teoria dell’Evoluzione non dice che discendiamo dalle scimmie, ma che con esse abbiamo un antenato in comune, la cui specie, tramite un processo noto, s’è divisa in due rami.

Uomini e scimmie

Uno ha dato vita a homo, l’altro alle scimmie; questo risponde anche alla domanda, spesso fatta dai bambini: «Perché le scimmie esistono ancora, se noi ci siamo evoluti da esse?». Semplicemente, esistono ancora perché siamo creature diverse, ma con una stessa origine. Sarebbe un po’ come chiedere perché esista ancora il lupo, visto che abbiamo il pastore tedesco (attenzione scienziati: l’esempio ha i suoi ovvi punti deboli ed è da intendersi come puramente esemplificativo).

un quadro mostra gli studiosi intorno al cranio dell'uomo di piltdown - nerdface

Il secondo errore consiste nel cercare l’anello mancante. Veniamo subito al sodo: Platone dice che esiste il Mondo delle Idee, nel quale dimorano gli archetipi perfetti di tutte le cose per forma e qualità. Ma in natura Platone non vale. L’Evoluzione è un meccanismo costantemente in atto e avviene per piccolissime differenze. È lenta, ma inesorabile. Partendo da questo presupposto, possiamo affermare che tutte le specie viventi sono, già in questo momento, anelli di congiunzione tra la loro specie primitiva e quella futura.

L’ominide trovato nel 1912

Il lungo preambolo era necessario per introdurre la storia dell’Uomo di Piltdown, un ominide trovato nel 1912 in una cava di ghiaia e che affascinò gli scienziati fino al 1952, quando venne fuori che si trattava di una bufala. Cos’era?

Scoperta o bufala?

Si trattava dello scheletro di un ominide, il cui teschio faceva presupporre a un’intelligenza di tipo umano, mentre la mandibola era sicuramente più simile a quella di una scimmia. Fu trovato in Inghilterra e lo rese noto il ricercatore Charles Dawson, il quale iniziò subito a essere criticato dai suoi colleghi. Infatti, già nel 1913, un anno dopo l’annuncio della scoperta, molti scienziati gridarono alla bufala, ma a essi si contrapponevano voci della società dell’epoca.

il cranio dell'uomo di piltdown - nerdface

L’Uomo di Piltdown, infatti, avrebbe potuto essere il primo uomo inglese e, reperti alla mano, avvalorava la tesi secondo la quale l’uomo caucasico fosse più evoluto rispetto alle popolazioni con la pelle più scura. Fu forse per questa foga che gli scienziati britannici lo giudicarono autentico più dei colleghi del resto dell’Europa e del mondo.

Quarant’anni di studi

Ci sono voluti ben quarant’anni per arrivare alla prova definitiva della bufala. Il Time nel 1952 pubblica i risultati di Kenneth Page Oakley, Sir Wilfrid Edward Le Gros Clark e Joseph Weiner, i quali avevano sottoposto i resti fossili dell’Uomo di Piltdown a serie verifiche. Le prove sono inconfutabili: l’anello mancante è, in effetti, un puzzle di resti assemblati, pure con qualche aggiustatina artificiale.

Un patchwork creato ad arte

Il cranio è effettivamente quello di un uomo e risale al Medioevo; la mandibola, invece, è quella di un orangutan (molto vecchia pure quella) e, per non farsi mancare nulla, erano stati aggiunti alcuni denti di scimpanzé. Un vero mostro di Frankenstein dell’archeologia.

parti di cranio dell'uomo di piltdown su articoli di giornale dell'epoca - nerdface

Al momento non si conoscono gli artefici della truffa. Charles Dawson è sempre rimasto tra i sospettati, anche grazie all’impegno dell’archeologo Miles Russel, della Bournemouth University, che ha passato in rassegna la collezione privata di reperti di Dawson e ha trovato almeno una trentina di altri falsi, tra i quali uno in particolare, peraltro contraffatto in maniera molto simile a quella dell’Uomo di Piltdown. Non mancano, però, sospettati eccellenti, come a esempio Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes, famoso anche per aver dato credito alle buffe storie di due bambine che dicevano d’aver fotografato alcune fate. Ovviamente si trattava di sagome di cartoncino ritagliate.

Non esiste la scienza ufficiale, ma la scienza

La versione più accreditata è che si sia trattato di un lavoro con più complici, una specie di complotto, forse spinto da sentimenti nazionalistici. Chiunque sia stato, sembra aver offerto un’assist alle fila dei creazionisti, i quali spesso, vista la carenza di argomenti, citano a sproposito la storia dell’Uomo di Piltdown, usandola come prova per la faciloneria della comunità della scienza ufficiale. Non esiste la scienza ufficiale, esiste la scienza e segue il metodo scientifico e se non lo segue non è scienza.

E infatti…

Peccato si scordino una cosa: è proprio grazie ad altri scienziati che la bufala è venuta a galla, anzi, in generale è proprio grazie alla comunità scientifica se tutte le bufale analoghe sono scoperte. Peraltro la maggior parte degli scienziati non era mai stata convinta della genuinità dell’Uomo di Piltdown e s’è dovuti arrivare solo al 1953 per mettere una parola definitiva sull’argomento, proprio perché il progresso scientifico ha messo a disposizione tecniche più raffinate e quanto si sospettava già nel 1912 lo si è potuto finalmente dimostrare.

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