Up: quando Disney e Pixar ci misero KO a colpi di palloncini

Up

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«Vedrai Ellie, ce la faremo».

Il fanciullino

Bello la sera quando, stanchi da una settimana di lavoro, ci ritagliamo un piccolo spazio per andare al cinema e rilassarci con un film Disney•Pixar. Ancor più bello, se abbiamo goduto dei trailer, che ci hanno proprio spronato ad andare. Accadde così con Up, nel 2009: la compagnia era quella giusta e dopo i primi 10 minuti eravamo entrambi in lacrime, mano nella mano. Up fu così: ci colpì durissimo nei primi momenti, poi poco a poco ci lasciò andare, per tornare a prenderci a schiaffi nel finale. Intendiamoci, non si trattò di colpi dati con cattiveria e nemmeno di comportamento scorretto: la storia proprio non poteva essere raccontata in altro modo, se non trascinandoci da subito nella Palude della Tristezza.

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Protagonista del film è Carl Fredricksen, un vecchio scorbutico che vive in una piccola, ma confortevole casa. Purtroppo la sua abitazione è al centro di una speculazione edilizia e dovrebbe lasciarla demolire. Ma in quelle stanze il nostro protagonista ha tutti i suoi ricordi e, quando decide che il momento è quello giusto, la fa alzare in aria, sospesa dalla forza di migliaia di palloncini colorati, per fare rotta verso una meta lontana. Le motivazioni del viaggio, la determinazione di Carl e la meta che ha scelto sono tutte dovute alla scomparsa dell’amata moglie, Ellie.

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Come tutti i film Disney•Pixar che si rispettino, non mancano nemmeno in Up la spalla comica, impersonata dal giovanissimo scout Russell, e un cattivo degno d’attenzione, che non riveleremo, perché lo spoiler non va mai in prescrizione, come l’omicidio. Delicato e malinconico, Up guadagna varie nomination agli Oscar e riesce anche a portarne a casa due. Sono sue di giustezza, quella per il Miglior Film d’Animazione e l’altra per la Miglior Colonna Sonora, grazie a uno strepitoso Michael Giacchino. Anche il pubblico premia Up, rendendolo da subito campione di incassi e decretandone l’inserimento nella categoria dei classici senza tempo. Non è un caso: è un film che lavora benissimo su due livelli diversi. Uno è quello per i giovani e giovanissimi, i quali forse riescono a superare i primi minuti, recependoli come il semplice prologo della storia. L’altro è quello per gli adulti i quali, magari, hanno una relazione stabile, dei figli, un amore e che quei primi minuti li trovano profondi, sebbene trattati quasi esclusivamente per immagini e senza dialoghi, eppure evocativi e capaci di fare in modo che, comodi e affondati sulla poltrona del cinema o sul divano di casa, ci si ponga le domande che non vorremmo farci.

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Up è poi una storia sul tempo. L’istante che sembra eterno, quando tutto è perfetto e non vorresti che le cose cambino mai. Come anche lo scorrere dei momenti che non torneranno più e non vanno dunque sprecati. La vita del protagonista è stata forse troppo votata al rimandare, ad assumere a priorità elementi sì importanti, ma alla fine non così fondamentali. Non ci sentiamo di fare una colpa a Carl se in tutti quegli anni non ha mai trovato il tempo per una vacanza, tra bollette e lavoro, perché lo sappiamo bene quanto possano essere totalizzanti. Eppure, Up sembra suggerirci come proprio l’effimero possa risultare fondamentale, anche se meno importante sul momento. Infine c’è la malinconia, resa nel riflesso del tornare metaforicamente bambini, perché è a noi decidere che uomini e che donne saremo, ma altrettanto vero è che già da piccoli, coi nostri sogni e obiettivi, siamo già lo specchio di quanto vorremmo essere. Russell, in quest’ottica, è una spalla perfetta per rimettere in comunicazione un Carl ormai vecchio e triste, ma con ancora un coraggio come pochi, col suo io più giovane. Pure la figura dell’antagonista può essere vista prendendo il tempo come parametro, come presente e passato contrapposti, come metro emotivo. Insomma, Up non è solo un film d’animazione, anzi rimane uno dei più sfaccettati che Disney•Pixar abbiano mai fatto. Guardatelo e, crescendo, fatelo ancora e ancora, per non scordare mai il suo messaggio. Tanto i primi minuti faranno sempre meravigliosamente male.

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