Walt Disney: vita e visione del padre di Mickey Mouse

nerdface nerd origins walt disney

Wal Disney

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«If you can dream it, you can do it».

Il sogno continua

Difficile confrontarsi con un nome così importante, come quello di Walt Disney. Ancor più difficile, sapendo che questa è solo la prima parte di un lungo articolo dedicato a due figure che hanno, negli anni, contribuito non poco a creare e, in seguito ad arricchire, la nostra cultura nerd. Televisione e cinema, come anche fumetti e libri, da bambini sono veicoli importanti, perché spingono la fantasia fino ai massimi livelli: è quindi interessante trovare persone che, sfruttando tutti questi media insieme, sono riuscite a farci emozionare come mai più lo saremo nella vita. Walt Disney, quindi: cartoonist e imprenditore, regista e doppiatore della sua creatura più famosa, folle visionario capace di prendere una vecchia fiaba per bambini e trasformarla in film campione di incassi, il primo di una lunga serie, ma anche capace d’intuire come sonoro e immagini potessero, anzi, dovessero andare di pari passo anche nei cartoni animati. Perché, ovviamente, se parliamo di Walt Disney, ci riferiamo principalmente all’animazione. Mickey Mouse debutta nel 1929, quando Walt Disney ha già fatto parecchia esperienza nel mondo dei cartoni animati, lavorando a diversi progetti per conto di altri e ad alcuni suoi. Steamboat Willie è il primo cortometraggio animato con sonoro sincronizzato a essere prodotto dalla compagnia. Il topo, che per molti è il vero alter ego di Walt Disney stesso, irrompe nel mondo già pronto a conquistare tutto il conquistabile, come in effetti accadrà. Ma è una decina di anni dopo che il suo creatore mostrerà al mondo cosa sia realmente in grado di fare.

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«Se lo immagini, puoi farlo», si dice, e in effetti nell’animazione le cose funzionano più o meno in questo modo. In un’epoca nella quale gli effetti speciali sono agli albori, le menti visionarie hanno in quest’ambito il loro strumento ideale per trasformare la fantasia in realtà. Walt Disney lo capisce molto bene, perché il cartone animato vuole spingerlo ai massimi livelli possibili. Colore e sonoro sono solo le prime grandi innovazioni del tempo; il resto, a fare la differenza, è la cura per il particolare: le animazioni di volti e corpi, di animali e uomini, le musiche, come anche un ambiente che quasi mai è fondale statico, ma spesso entra nell’azione stessa. Insomma, tutte queste caratteristiche richieste da Walt Disney ai suoi animatori sfociano nel primo lungometraggio: alla sua uscita, sarà chiamato dalla concorrenza «la pazzia di Disney».

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Siamo nel 1937 ed è distribuito negli USA Biancaneve e i Sette Nani, che letteralmente sbanca i botteghini ed entra subito tra i classici. È l’inizio della leggenda, anche se i film successivi non raggiungono i risultati sperati. Pinocchio piace al pubblico, ma siamo durante la Seconda Guerra Mondiale e tutta una metà del mondo non può (e, a volte, non vuole) goderne. Lo stesso vale per Fantasia, che piace anche ai grandi (e forse anche più che ai piccini), ma incassa poco rispetto a quanto prospettato. La crisi sembra scongiurata con Dumbo, dai buoni successi di botteghino, ma uscito poco prima che gli USA entrino in guerra e gli studi Disney siano requisiti dall’esercito a Stelle & Strisce. Ordini dall’alto chiedono cartoni di propaganda. È un periodo di fermento per tutto il mondo e ne risente Bambi, che non riesce a ripagare i costi di produzione. Per supplire ai minori incassi, Walt Disney decide di mandare nuovamente in sala Biancaneve (la sua fantasia finale, diremmo con un accostamento azzardato) ed è così che nasce la tradizione delle riedizioni. La guerra passa e con essa tutto il resto. Il mondo si riassesta e il pericolo non è più nazista, ma comunista. Walt Disney vive ogni momento della storia recente e i suoi film sembrano quasi non risentirne. Sono opere di pura evasione, eppure sono tecnicamente tra i massimi livelli, come fossero destinate ai soldati al fronte e non a chi rimaneva a casa e cercava solo di non pensarci. È una storia che non si ferma e un impero che si consolida sempre di più. Arrivano Peter PanAlice nel Paese delle Meraviglie e tutti gli altri. L’uomo s’impegna in altri progetti: un certo parco a tema dove vuole che i suoi dipendenti possano passare del tempo coi propri figli. Disneyland vedrà la luce dalla fantasia di Walt Disney e di un gruppo ristretto di immaginatori e ben presto si rivelerà ben più simile a un altro mondo, a una visione, che a un semplice parco a tema.

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Ora papà Walt è morto da parecchio. Provate a indovinare in quale anno ci ha lasciato. Provateci e rimarrete sorpresi nel sapere che molti di voi non erano nemmeno nati. Eppure il suo nome, il suo volto e soprattutto il parto della sua mente geniale sono ancora ben saldi nella nostra vita. Siamo cresciuti coi suoi film, accanto ai robottoni giapponesi, a Star Wars e tutto il resto, e per molti di noi la prima esperienza al cinema è stata marchiata dalla grande W, così come la prima lettura è stata un classico del quale abbiamo visto il film o il fumetto di Mickey Mouse di cui le nostre case sono ancora piene. Ancora: uno dei nostri desideri da bambini è sempre stato andare a Disneyland. Insomma, la sua eredità è forse ben più grande di ogni altra lasciata nel mondo e, tuttavia, è solo metà della torta. Per l’altra dobbiamo spostarci un po’ più avanti negli anni e balzare direttamente agli anni ’70, per poi spostarci nei più confortevoli ’80. Ad aspettarci c’è un altro padre: Steven.

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