Pocahontas e altri miti: quel che Disney non dice delle favole

Pocahontas e altri miti

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«All cartoon characters and fables must be exaggeration, caricatures. It is the very nature of fantasy and fable».

Quel che Disney non dice

La Disney ha portato sullo schermo moltissime storie pescando dai classici per l’infanzia e arrivando fino alle cronache storiche. Rivolgendosi principalmente a un pubblico infantile, gli sceneggiatori della grande D hanno spesso preferito edulcorare il materiale di base da cui traevano spunto, creando a tutti gli effetti dei falsi. Pocahontas ne è giusto un esempio tra i tanti. Tratto da una storia vera, nelle cronache storiche Pocahontas aveva circa 12 anni quando incontra John Smith e non ebbe mai una storia d’amore con lui, tanto che sposò un altro John, Rolfe per la precisione. Il massimo dell’impegno, però, la Disney lo profuse nell’adattare alcune fiabe classiche che all’epoca nella quale erano raccontate servivano come monito ai bambini e non avevano paura di traumatizzarli con atti di violenza inaudita. Ne vedremo alcuni esempi e, per rimanere fedeli agli originali, ne evidenzieremo la morale.

Bianca come la neve, stronza come un uomo

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Il primo lungometraggio animato nella storia della Disney parte da una vicenda apparentemente semplice, quasi un archetipo. Biancaneve è osteggiata dalla matrigna, che tenta d’ucciderla. Il resto più o meno lo sapete: la fanciulla scappa nella foresta e incontra i nani; più tardi la matrigna la scova e tenta di strangolarla con una cintura, poi d’eliminarla con un pettine avvelenato. I nani intervengono sempre a salvarla e, ogni volta, le ricordano di non aprire la porta a nessuno, se loro non sono in casa. Piccole lezioni di patriarcato per le bambine. La matrigna, però, non si dà per vinta e infine riesce a dare a Biancaneve la mela avvelenata, gettando la giovane in uno stato di morte apparente. Arriva il Principe: mentre attraversa la foresta, trova la teca di cristallo dove giace il corpo di Biancaneve, vegliata dai nani. Non siate troppo frettolosi col romanticismo, perché nell’originale lui non ha nessuna intenzione di baciare la morta. Piuttosto, vorrebbe portare la teca a palazzo, perché colpito dalla bellezza della ragazza, per tenerla in soggiorno e poterla ammirare. Per fortuna uno dei nani inavvertitamente fa cascare la teca e, nel colpo, Biancaneve sputa il boccone avvelenato, ridestandosi. È tempo di vendetta, dunque: la matrigna sarà invitata alle nozze tra lei e il Principe e sarà fatta danzare con scarpette di metallo incandescente, finché non morirà. Morale: un pizzico di necrofilia e una pillola di sadismo e vissero felici e contenti.

Quella vipera di una nuora

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La favola della Bella (nome) Addormentata (cognome) nel bosco era stata la meno rimaneggiata, fino all’arrivo in sala dei due Maleficent. Il classico Disney si prendeva poche libertà, tutto sommato, preferendo omettere la seconda metà della storia, nella quale Aurora deve fronteggiare il più terribile dei nemici: la suocera. La madre del Principe che ha rotto l’incantesimo, infatti, è un’orchessa cannibale e vorrebbe mettere le mani sui due nipoti nel frattempo nati, ma finisce in un pozzo pieno di vipere. Morale: non è mai troppo tardi per essere una pancina e odiare la suocera.

In fondo a un mar rosso sangue

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La vera Sirenetta ha 15 anni e le è permesso di salire in superficie per la prima volta. Tra i flutti, vedrà il bel Principe e sarà colpo di fulmine. Lo salverà e deciderà di stalkerarlo, fin sulla terra ferma. Incredibilmente, nella fiaba originale Ursula è sì una strega malvagia, ma fondamentalmente si fa gli affari suoi e del Principe gliene frega meno di nulla. Accetta di trasformare Ariel in un essere umano in cambio della voce e, nel farlo, le taglia la lingua, poi l’avvisa che se il Principe sposerà un’altra, lei morirà il giorno dopo. Con le sue nuove gambe Ariel tenta un disperato corteggiamento a gesti, che però non sortisce effetto. Il Principe risponde picche e s’innamora di un’altra fanciulla, decidendo di sposarla. Le sorelle di Ariel, allora, vanno ancora da Ursula e le chiedono un pugnale magico e per risparmiare le offrono solo i loro capelli. Se Ariel ucciderà il Principe col pugnale e si bagnerà i piedi del suo sangue, allora potrà tornare una sirena. Incredibilmente, però, la Sirenetta ha uno scrupolo di coscienza e non riesce ad assassinare l’amato. Muore, tristemente, e mentre il suo corpo diventa schiuma di mare, si trasforma in un refolo di vento che in un centinaio d’anni potrà raggiungere il Paradiso. Morale: l’omicidio non è un’alternativa alla friendzone.

Sotto un clero cremisi

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So perfettamente che Il Gobbo di Notre Dame non è una favola, ma non c’è dubbio che l’omonimo film d’animazione Disney sia un classico, sebbene abbia sempre ritenuto da stronzi che gli sceneggiatori abbiano contrapposto in un triangolo amoroso Febo e Quasimodo. La trama del romanzo originale è una di quelle che, presto o tardi, potrebbe essere edulcorata, perché a leggerlo vi si trovano tantissime parti che descrivono la comunità gitana come non proprio onesta. È quella comunità a rapire Esmeralda ancora in fasce e a sostituirla col deforme Quasimodo; sempre loro a inscenare un sacrificio umano, pensando di nascondere il rapimento della bambina. Quanto a Febo, be’, il nobile Capitano degli arcieri del Re salva Esmeralda, ma solo per invitarla in una squallida locanda a consumare una notte di passione. Non contento, si mette d’accordo con Frollo, permettendogli di fare il guardone, mentre fa conoscenza con le grazie della gitana. Quando poi le cose si mettono davvero male, scappa e fondamentalmente esce dalla trama: poco male, poiché in ogni caso stava già per sposarsi con una nobile. Frollo è sempre e comunque un perfido uomo e cerca più volte di spingere Esmeralda a sposarlo e, all’ennesimo rifiuto della ragazza, non ci pensa due volte a farla impiccare. Come nel cartone, Quasimodo è l’eroe innamorato che cerca sempre di salvare la bella e si lascia morire accanto al cadavere di lei, non prima di aver preso Frollo, però, e averlo scagliato giù dalla Cattedrale. Morale: «Febo è un farabutto, Frollo pure, ma Febo e bello e quindi lo amo. Quasimodo chi?».

La bella e il passivo aggressivo

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Bella è la figlia di un mercante. Caduto in disgrazia, è costretto a trasferirsi fuori città. La giovane ha due sorelle viziate e arroganti, mentre lei mantiene una parvenza d’umiltà, continuando a rimbalzare i molti spasimanti che chiedono la sua mano. Il resto della trama è più o meno quella che conoscete. Il padre di Bella ruba una rosa dal giardino della Bestia e questi, per punizione, decide di rapire e tenere in ostaggio sua figlia. Come fanno tutti i personaggi positivi. In realtà la Bestia ha un piano lucidissimo: per spezzare la maledizione che lo ha colpito, una donna deve innamorarsi di lui e sposarlo. Quindi, non appena Bella si trasferisce forzatamente da lui, inizia uno sfinente corteggiamento: ogni sera le chiede di sposarla, venendo rispedito nella friendzone a ripetizione. Quando, poi, il padre di Bella s’ammala e rischia la morte, la Bestia acconsente di mandarla a casa per un paio di giorni, ma sfrutta l’ultima arma in suo potere: il ricatto morale. Se Bella non tornerà, l’avverte, lui morirà di crepacuore. La tattica funziona, perché lei si trattiene un po’ di più a casa e, quando finalmente decide di tornare alla sua prigione, trova la Bestia ormai agonizzante. Intelligentemente, la Bestia punta sulla pietà e Bella acconsente a sposarlo e, tac!, si trasforma in Principe. A onor del vero, la maledizione della fiaba originale era molto più soft: non era necessario che una donna s’innamorasse, sarebbe bastato anche un matrimonio di convenienza. Sul finale non può mancare la giusta vendetta contro le sorelle, trasformate in statue perché possano trovarsi di fronte per sempre la felicità della nuova coppia. Chi non vorrebbe avere un familiare tramutato in pietra nel salotto buono? Morale: la bellezza interiore è la più importante, soprattutto se sei ricco da far schifo e manipolatore abbastanza da sfruttare i sensi di colpa di una ragazza semplice e umile.

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