Akira Kurosawa: l’imperatore che raccontava gli ultimi

akira kurosawa osserva il set - nerdface

Akira Kurosawa

«Being an artist means not having to avert one’s eyes».

Tennō

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, un Generale tenta di portare al sicuro una Principessa, attraversando il territorio ostile grazie all’aiuto di due figuri loschi e avidi, ma pieni di risorse. Confine tra USA e Messico: un pistolero solitario arriva in una piccola cittadina dilaniata dalla lotta tra due clan di malviventi, ne elimina i capofamiglia con un pericoloso doppio gioco e poi sparisce subito dopo. Stiamo ovviamente parlando di due film di Akira Kurosawa e si indovinano a colpo sicuro. Oppure no?

Prima di Spaghetti Western e Star Wars

Prima che questi capolavori vedessero la luce, prima della nascita degli Spaghetti Western e della saga di Star Wars, entrambe queste storie sono state raccontate in un’ambientazione altrettanto eccitante e acclamata: il Giappone feudale. Folgoratori e spade laser non esistevano ne La fortezza nascosta (1958) e neanche ne La sfida del samurai (1961).

I tempi di Toshiro Mifune

C’erano, invece, katane, lance, archi, frecce e qualche rara arma da fuoco, più un martellone per pestare il riso, brandito dal forzuto di turno. Ma l’equipaggiamento non rendeva gli scontri meno coinvolgenti. I ruoli appartenuti agli immortali Clint Eastwood (con e senza cappello) e Alec Guinness li ricopriva Toshiro Mifune; dietro la macchina da presa c’era un regista solo: Tennō, l’Imperatore Akira Kurosawa.

akira kurosawa osserva sorridendo toshiro mifune vestito da samurai sul set del film - nerdface

Tra le contaminazioni illustri, poi, ci sarebbe da menzionare anche I magnifici sette, di John Sturges, e in questo caso sono gli originali Sette samurai (1954) ad avere il posto in prima fila nell’Olimpo del Cinema internazionale. Non si ammettono repliche.

Il prezzo pagato da Sergio Leone

Celebrare Akira Kurosawa limitandosi a elencare quanti film, scene, scelte di regia o semplici dettagli traggano ispirazione a vari livelli dalle sue opere (e Sergio Leone l’ispirazione per il Pugno di dollari l’ha pagata, perdendo una causa per plagio), sarebbe però davvero riduttivo. Una carriera ricca di riconoscimenti prestigiosi, premi internazionali e il desiderio di così tanti cineasti d’omaggiare o imitare Tennō brillano sotto gli occhi di tutti, senza bisogno d’essere qui elencati.

Discendente di samurai

Quel che interessa è cercare di capire come il discendente di un’antica stirpe di samurai, nato in Giappone nel 1910, dopo appena quarant’anni dagli sconvolgimenti del Rinnovamento Meiji, abbia saputo raggiungere tali e tanti traguardi.

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Oltre a impartirgli una durissima educazione di stampo militare, suo padre Isamu, istruttore di arti marziali all’Accademia Imperiale di Toyama, avvicinò il piccolo Akira Kurosawa alle nuove forme d’arte, tra cui il cinema.

akira kurosawa osserva due attori sul set - nerdface

Suo fratello Heigo, poi, lavorava come benshi, ovvero narratore dei film muti, suicidandosi poi nel 1930 dopo l’avvento del sonoro. Il giovane Tennō crebbe quindi a pane, kendo e Settima Arte, senza mai dimenticare le proprie origini, attingendo avidamente a quanto di meglio cinema, teatro e letteratura di tutto il mondo potessero offrirgli.

Tanti adattamenti

Nelle sue pellicole Akira Kurosawa, musa ispiratrice a sua volta ispirata, rievoca temi tipici del teatro tradizionale Nô e Kabuki, rivisita drammi shakespeariani come Macbeth (Il trono di sangue, 1957) e Re Lear (Ran, 1985); rilegge classici russi come L’idiota (1951) e Bassifondi (1957) e più moderni noir statunitensi (Anatomia di un rapimento, 1963). Riadatta tutto in differenti contesti ed epoche storiche, ambientando ogni vicenda, rigorosamente, nel suo amato Giappone.

Alla base dell’Imperatore

Sicuramente questa ampia opera di contaminazione ha contribuito a ottenere le attenzioni dell’Occidente; altrettanto sono valse le capacità tecniche di un regista che ha saputo usare la cinepresa in maniera sbalorditiva, adattando volta per volta il proprio stile alla materia trattata.

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Ma più che gli spunti d’ispirazione e i trucchi stilistici, ad aver reso Akira Kurosawa Tennō, l’Imperatore, sono le tematiche scelte e i messaggi trasmessi attraverso la sua sconfinata filmografia, che conta 31 film in 50 anni.

akira kurosawa accanto alla macchina da presa - nerdface

A Nerdface, ovviamente, piace in particolar modo l’epica di Akira Kurosawa, quella che abbonda nei tre film citati all’inizio e che, ne I sette samurai (versione integrale, senza se e senza ma), straripa e ammalia il mondo intero. Vale la pena rileggere Il pornosabato dello Splendor, nella raccolta Il bar sotto il mare di Stefano Benni, per capire fino a che punto Akira Kurosawa sia stato contagioso.

La violenza è sempre un male

Eppure, siamo molto lontani dai ritmi indiavolati e dalle coreografie spasmodiche degli action movie di oggi: i tempi sono lunghi, i dialoghi lenti e l’umorismo molto più pacato e meno salace di quello cui siamo abituati ora. Le spade tagliano e uccidono, ma senza affettare tutta la scenografia, curata maniacalmente. Sottolineano, anzi, a ogni fendente che a un guerriero non sia necessaria tanto la forza bruta, quanto quella interiore, unita alla più totale umiltà, e che la violenza sia un male da evitare cui ricorrere solo in difesa dei più deboli, veri protagonisti delle opere di Tennō.

Le vite degli ultimi

È incredibile scoprire come al centro d’ogni pellicola del figlio di un militare, nato quando il motto del Paese era «fukoku kyohei» (Paese ricco, esercito forte), indipendentemente da genere, ambientazione e tenore della narrazione, ci siano le vite dei contadini, dei poveri, degli emarginati dal boom economico del dopoguerra. Vite scelte per uno studio appassionato e continuo dell’animo umano: aspirazioni, paure, vulnerabilità sono sviscerate meticolosamente e impresse su pellicola, lontano da ogni forma di retorica o edulcorazione.

akira kurosawa osserva una pellicola - nerdface

Anticonformista in un Paese dove la forma è tutto, Akira Kurosawa, che non proseguì gli studi oltre le scuole superiori e negli anni ’30 aderì alla Lega degli Artisti Proletari, scelse fin da subito, senza mai cambiare idea, di descrivere con grande efficacia e molto poco pudore le miserie quotidiane e i rari momenti di grandezza di un’umanità che, attraverso i secoli, pur non smettendo mai di danneggiarsi e cedere al proprio lato peggiore, sopravvive solo grazie al meglio di se stessa.

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Per chi desiderasse approfondire, oltre ai titoli già citati, tra gli irrinunciabili ci sono: Gli uomini che mettono il piede sulla coda della tigre (1945); L’angelo ubriaco (1948); Rashomon (1950) e Dersu Uzala: il piccolo uomo delle grandi pianure (1975).

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