Don Rosa: il contributo fondamentale del biografo dei paperi

Don Rosa

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«Se non potessi scrivere fumetti di Zio Paperone, non scriverei altri fumetti, tornerei all’edilizia».

Il biografo dei paperi

Può il fumetto farsi letteratura? In passato questa domanda sarebbe parsa più che altro una provocazione ma oggi, anche grazie al successo del formato del graphic novel, possiamo considerare chiusa la questione. Il fumetto è arte, e così letteratura, di quella che crea mondi e genera emozioni. Da Maus a Persepolis, da Will Eisner a Joe Sacco, fino ai recenti Kobane Calling o Romanzo Esplicito, il fumetto ha saputo evolvere, intercettando bisogni e interessi di un pubblico sempre più esigente, interessato e maturo.

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Oggi il fumetto declina i turbamenti del passato e del presente, senza patemi verso il futuro. Ma vale anche per i prodotti seriali? Gli schematismi di una certa industria, infatti, potrebbero far da freno a complessi tentativi d’emancipazione dalle rigide regole del mercato. A meno che non ci si metta di traverso il genio che, per un bizzarro caso del destino, ha in questo approfondimento origini italiane. Keno Don Ugo Rosa, assai più famoso come Don Rosa, è forse l’ultimo grande autore americano Disney vivente. Come perseguendo un istinto, impara prima a disegnare e poi a scrivere, quasi a voler confermare quella che sarà la sua visione del fumetto, che vedrà sempre il disegno vassallo del testo; fin da piccolo, mostra interesse principalmente per due personaggi: Superman e Zio Paperone. Inizialmente accosta la produzione di fumetti al lavoro nell’azienda di famiglia, portando al successo Capitan Kentucky, un’emanazione del Lancelot Pertwillaby che aveva preso vita su una striscia del giornalino universitario. Dopo quattro anni senza matite, nel 1985 acquista un fumetto Disney pubblicato dalla Gladstone e, riprovando le emozioni della fanciullezza, si propone come unico autore a Stelle e Strisce in grado di realizzare correttamente le storie dei paperi, col progetto di dedicare ogni stilla di talento a Zio Paperone, suo vero, primo amore.

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Vede così la luce Zio Paperone e il Figlio del Sole. Come canovaccio recupera un soggetto dei tempi dell’università e, sostituiti i personaggi coi paperi, fa subito centro, ottenendo una nomination al Kirby Hawards del 1987 come Migliore Storia dell’Anno. È l’inizio di un’epopea destinata a durare oltre due decadi. Se Carl Barks è giustamente considerato l’Uomo dei Paperi, Don Rosa ne è stato il biografo, colui che ha saputo filare una tela lunga e coerente, fino a dare un senso a quello che oggi noi nerd esigenti e puntigliosi definiamo canone, sulla lunga e avventurosa vita del papero più ricco del mondo, Paperon de’ Paperoni. Dopo essere passato da un editore a un altro, per ragioni prettamente economiche, nel 1990 Don Rosa sbarca alla danese Egmont, che gli commissiona l’opera che lo renderà immortale, The Life and Times of $crooge McDuck. In questa mastodontica impresa, Don Rosa ricostruisce con attenzione maniacale il passato del suo personaggio del cuore. Dopo due anni dedicati a recuperare il materiale di repertorio necessario ad abbozzare il suo affresco, Don Rosa inizia a scrivere e disegnare, dividendo in dodici capitoli, che poi porterà a diciotto, le tappe fondamentali della vita del personaggio. Carl Barks aveva infatti narrato le avventure del papero anziano, spingendo Don Rosa a procedere à rebour per narrare proprio quei giorni. Vediamo quindi un Paperone di dieci anni che, dopo un lungo viaggio dalla natia Glasgow, osserva con suo padre quelle che erano un tempo le terre di famiglia presso Colle Fosco, da cui sono banditi per un destino avverso e maledetto, contro cui il piccolo vorrebbe opporsi, reclamando per il suo clan colle e castello, perduti a causa dei guai provocati da avi timorosi o poco furbi. Il lunghissimo viaggio che Paperone farà, dopo avere guadagnato la celebre Numero Uno, lo porterà a crescere e ad affrontare molte questioni aperte da Barks, come la perdita della Cassa del Rafano, la scoperta del prestigioso Rubino Striato, l’incontro con lo stregone che gli scaglia contro l’immortale Gongoro o quello coi suoi storici arcinemici Cuordipietra Famedoro, Rockerduck e, ovviamente, la Banda Bassotti.

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Per chi è cresciuto a pane e paperi la saga di Don Rosa rappresenta un epico momento di eccezionalità, privo di eguali. Se Paperino, infatti, vive nel suo presente, Paperone, nato nel 1867, vede la sua prima apparizione ufficiale a ottant’anni, nel 1947, spingendo Don Rosa a definirlo per questo «molto più affascinante». L’elemento d’immenso interesse, però, non è solo legato ai complessi intrecci che rendono l’opera coerente con quelle di Barks, ma soprattutto perché, tramite essi, noi comprendiamo l’evoluzione psicologica di un personaggio che persegue tutta la vita l’obiettivo della ricchezza, sacrificando sul suo altare ogni barlume d’affetto, non nel nome di un’avarizia innata, ma come conseguenza di fatti, delusioni ed eventi che lo colpiscono personalmente ed empaticamente, facendolo diventare altro dal seriale: un personaggio vero, con cui immedesimarsi. Derubato di averi e fiducia nel Sud Africa dei boeri, di fronte all’incendio in cui salva l’amata Doretta Doremì nel giovanil Klondike, sulla collina Ammazzamotori su cui, per edificare il Deposito, affronta la Marina Americana guidata da Roosevelt in persona e, soprattutto, sul battello a vapore in cui i suoi nemici lo irridono per la morte della mamma, facendone emergere la forza imbattibile, si concretizza la personalità di un umano dotato di becco, capace d’attraversare la storia contemporanea come suo vero interprete e testimone. Di quelli che, a ricordarne le gesta, viene e verrà sempre la pelle d’oca, ops, di papero.

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A suggello di questo risultato, Don Rosa realizza anche l’albero genealogico dei paperi, definisce confini e dettagli della città di Paperopoli e infine dà forma definitiva alla struttura interna del Deposito, forse l’unico edificio dell’immaginario collettivo ad avere spesso il ruolo di co-protagonista delle storie. Dopo vignette in cui una gag è raccontata in un centimetro quadrato, citazioni nascoste come il baule che simboleggia il suo legame con le italiche radici o momenti epici ed epocali, Don Rosa oggi non lavora più, per gravi problemi alla vista ma, tramite il suo lavoro, saremo in grado d’emozionarci per sempre, grazie alla sua arte fatta di penne, chine e ghette.

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