John Nash: la mente meravigliosa di un uomo geniale

john nash in alta uniforme accademica riceve un premio - nerdface

John Nash

«You don’t have to be a mathematician to have a feel for numbers».

Una mente meravigliosa

La notizia mi ha scosso, perché arrivata inattesa. È vero: John Nash aveva 86 anni e potevo aspettarmela, altrettanto vero è che il genio non s’è spento in casa, circondato dall’affetto dei cari, ma a causa di un incidente d’auto, nel quale è rimasta uccisa anche Alicia Larde, sua compagna di vita. Ho saputo la notizia il 23 Maggio 2015, quando già sapevo di dover preparare un articolo su di lui. Mentre raccoglievo il materiale, era impossibile non pensare al mio primo contatto con John Nash. Da quel punto partirò, comunque.

Grazie, Ron!

Shame on me, devo ringraziare Ron Howard e il suo A beautiful mind, film amato talmente tanto, da portarmelo dietro a una conferenza di John Nash, per farmelo autografare. La pellicola inizia a raccontare piuttosto avanti la vita del matematico, tralasciando gli anni dell’infanzia, comunque importanti per tratteggiarne la figura. Schivo e solitario, il piccolo John Nash non amava molto socializzare e preferiva rimanere nel salotto di casa, a leggere. Aveva imparato a farlo a soli 4 anni e, anche grazie al padre, che gli forniva testi scientifici e non libri per bambini, a 14 anni formulò una dimostrazione matematica del Teorema del Numero di Fermat.

Un bambino silenzioso

La scarsa propensione alla socializzazione, tipica di molti geni, lo mise in cattiva luce a scuola ma, col senno di poi, possiamo ben capire quanto noiose fossero per lui le lezioni. Perché le menti meravigliose hanno bisogno di stimoli interessanti: se questi non arrivano dall’esterno, finiscono per ripiegarsi su loro stesse e, a volte, partoriscono mostri. Contrariamente a quanto si racconta nel film, John Nash non soffrì mai di allucinazioni visive e il suo delirio paranoico era strettamente collegato al suo modo d’essere.

un govane john nash è in auto col sua appena sposa - nerdface

John Nash provava piacere nel risolvere problemi con le sue abilità matematiche e le sue conoscenze, usando approcci originali ed eleganti. Il problema era una sfida irresistibile e la soluzione, quando arrivava, era appagante. Non serve un genio per capire questo stato d’animo, capita a tutti di sentire quel senso di soddisfazione quando riusciamo a venire a capo di un problema. Ma la mente di John Nash andava oltre, purtroppo, e i suoi deliri avevano spesso come tema la decifrazione di messaggi criptati.

La caduta nella paranoia

Nel 1959 John Nash insegna al MIT e si presenta in sala professori dichiarando ai colleghi d’aver trovato un messaggio cifrato contenuto in un articolo del New York Times. Il messaggio veniva da un’altra galassia e lui era l’unico in grado di decifrarlo. In seguito la sua paranoia si rivolse alle spie comuniste e dovette conviverci per più di trent’anni, alternando momenti di lucidità e produttività ad altri meno felici.

La ricerca delle spiegazioni

Saper trovare collegamenti anche dove non ci sono fa parte della storia evolutiva della nostra intelligenza; è insito nell’animo umano e si risolve spesso nel riconoscimento della coincidenza incredibile. Un po’ come quando stiamo pensando a una persona ed essa ci chiama, o quando siamo innamorati e ci rendiamo conto che il nome della persona amata, o una canzone ascoltata con lei o lui, è dappertutto attorno a noi. Ma le menti geniali non si accontentano delle coincidenze e cercano invece spiegazioni, trovandole, a volte, e guadagnando pure il Nobel.

un ritratto in bianco e nero di john nash - nerdface

La conquista capace di consegnare John Nash alla storia arriva dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1949, a Princeton, John Nash fissa i princìpi matematici della Teoria dei Giochi, sulla quale si erano già cimentati Von Neumann e Morgenstern, rispettivamente un matematico e un economista. Con la Guerra Fredda alle porte, la Teoria dei Giochi diventa d’importanza vitale, perché si occupa proprio di matematizzare il comportamento umano nei giochi non collaborativi e con limitate risorse d’accaparrarsi.

La Teoria dei Giochi

La strategia vincente è quella che permette a tutti il massimo vantaggio possibile e la minore perdita. Chi ha giocato a Risiko capisce bene l’importanza di riuscire a elaborare una strategia che possa portare al massimo vantaggio possibile e la difficoltà di farlo senza conoscere le intenzioni o la strategia degli avversari. Se avere un certo rigore matematico quando si prendono decisioni in un gioco da tavolo è importante, figuratevi quanto doveva esserlo quando due superpotenze ammassavano armi atomiche minacciando una guerra termonucleare su scala planetaria. Quarantacinque anni dopo, il saggio di John Nash sulla Teoria dei Giochi ricevette il Premio Nobel per l’Economia.

Dominare la malattia

La sua mente geniale, però, risolverà anche un altro problema, quello della sua malattia. Dal 1970 in poi, John Nash smette d’assumere farmaci e la moglie Alicia torna al suo fianco, per sostenerlo nella lotta contro le ombre della sua mente. I due, infatti, avevano divorziato nel 1962, dopo l’ennesimo ricovero del matematico. John Nash ci riesce, alla fine. Domina le sue paranoie e mantiene sotto controllo i sintomi. È un lavoro lungo, ma lo porta alla remissione e quindi alla guarigione all’inizio degli anni ’90.

la coppia anziana john nash e sua moglie - nerdface

«Chi vince gli altri è potente, chi vince se stesso è forte», diceva Lao Tsu e John Nash ha sicuramente dimostrato d’essere stato forte, e di molto. Ha lottato e vinto, ha imparato a dialogare e collaborare con i colleghi, uscendo dall’isolamento nel quale si era rinchiuso. Ha vinto la sua stessa mente e i suoi cortocircuiti. L’ultimo premio l’ha ricevuto poco prima di morire, a 86 anni, il premio Abel, assegnato dal Re di Norvegia ogni anno a un matematico straniero. La morte lo attendeva proprio al ritorno di quel viaggio e di quell’ultimo riconoscimento materiale del suo impegno e delle sue straordinarie capacità.

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