Metal Gear Solid: quando diventammo enfants terribles

un artwork di snake e meryl - nerdface

Metal Gear Solid

il volto stilizzato di solid snake nella copertina di metal gear solid - nerdface

«Un vero uomo non ha bisogno di leggere il suo futuro. Se lo crea da sé».

Un’esperienza di vita

Alcune volte una storia di fantasia diventa parte della nostra, legandosi a essa indissolubilmente e creando una serie di ramificazioni nella realtà. Nel mio caso fu Metal Gear Solid, nella versione che approdò su PS1 nel 1998, videogame figlio della mente geniale di Hideo Kojima, a trasformarsi in vera e propria esperienza di vita.

Altro che rose

Non sono mai stato un grande videogiocatore, anzi. Non lo ero nemmeno alla fine degli anni ’90 e la PS1 arrivò quasi casualmente, più per sentirmi meno lontano dai miei amici che per vera passione. Era l’epoca in cui le console potevano essere craccate e, in giro per Roma, come in tutto il resto del Paese, gli ambulanti snocciolavano CD masterizzati a ogni angolo. Il mio spacciatore di fiducia era il portiere notturno di un hotel ambiguo, vicino casa mia. Durante le passeggiate col mio cane, era solito palesarsi e proporre qualche titolo di grido.

snake è di spalle di fronte all'ingresso della base di shadow moses - nerdface

Una sera mi sottopose Metal Gear Solid, che per mole occupava ben 2 dischi e dunque costava il doppio. «Fidate, vale la pena». Mi fidai. Lo giocai e mi ci inchiodai male. Piansi al finale. Ne volevo ancora. E dunque, una sera, infilai nel mio zainetto giallo la PS1, i controller e i dischi, deciso a far vedere ai miei amici questo capolavoro.

Metti una sera a cena

Non c’erano gli smartphone, internet era agli esordi e la maggior parte delle serate erano trascorse in piazza, davanti alla cabina telefonica pubblica, in cerca di spicci per chiamare a casa l’inevitabile Godot, destinato a non arrivare mai e a condannarti a svernare all’aperto. In quel caso, come grande gesto rivoluzionario, l’appuntamento era a casa della mia ragazza dell’epoca, i cui genitori erano provvidenzialmente partiti: ero pronto a sfidare la sua ira pur di mostrare a tutti Metal Gear Solid.

Solo 5 minuti

Accolto con titubanza da tutti, montai la PS1 e la promessa di «solo 5 minuti» fu la chiave che per ottenere il consenso. Il risultato furono 13 ore consecutive di gioco, mentre ero ingozzato di cibo, imbottito di caffè e affumicato da infinite sigarette, sostenuto da imprecazioni e improperi d’incoraggiamento, ma sempre nel segno della creatività.

il metal gear solid, il corazzato dalla forma di robot che lanciava le armi atomiche - nerdface

Metal Gear Solid era un gioco stealth, d’infiltrazione. Nei panni di Solid Snake, membro dell’unità Fox Hound, eri chiamato a sventare una minaccia terroristica. Tuo fratello, Liquid Snake, a capo di un gruppo di soldati dai poteri in alcuni casi soprannaturali, ha preso possesso della base militare di Shadow Moses, ricca di testate nucleari. Il ricatto vede la richiesta dei resti di Big Boss, una leggenda militare. Inutile dire che il prologo apriva a mille colpi di scena.

Calati in un film

A colpire sin dall’inizio era la presentazione, girata come un film, coi titoli a scorrere durante le sequenze video dell’arrivo di Solid Snake alla base. Eri costretto a valutare con cura le strategie: le opzioni erano diverse e ognuna presentava difficoltà peculiari. Camminare sulla neve comportava lasciare le impronte, riconoscibili dalle guardie; viceversa, scegliere altre strade più pulite costringeva ad affrontare videocamere e a usare stratagemmi per evitare d’essere intercettato; si poteva bussare sulle pareti per attirare l’attenzione in luoghi dove non saresti passato, nascondersi in scatole di cartone, preparare trappole: tutto il gioco era pensato per evitare gli scontri diretti, insomma. Una vera rivoluzione.

Momenti memorabili

Metal Gear Solid, però, era molto di più, grazie a tantissimi, memorabili momenti. Il primo scontro con Revolver Ocelot, personaggio centrale nei capitoli successivi della saga; l’uso determinante delle sigarette, in dotazione di Solid Snake, personaggio non a caso mutuato da quel Jena Plissken, Snake in originale, di 1997: Fuga da New York; lo scontro con Psycho Mantis, quando il controller smetteva di funzionare e dovevi capire cosa fare; quello drammatico contro Sniper Wolf, la cecchina tanto bella, quanto letale; i punti interrogativi sulla testa dei soldati semplici, quando facevi qualche stupidaggine che ti metteva allo scoperto. L’elenco è lungo.

psycho mantis, il nemico dalla maschera antigas - nerdface

E ancora: Il doppio finale, a seconda dell’esito di un interrogatorio; i diversi modi per evadere dal carcere, quando eri inevitabilmente catturato. E l’aspetto più geniale in assoluto: mettere il videogiocatore al centro della storia, in una sorta di meta-gioco in cui il messaggio pacifista e anti-nuclearista ti costringeva a riflettere sulle tue azioni, controller alla mano, mentre eri educato alla guerra al pari dei soldati addestrati in realtà virtuale di cui facevi carne da cannone. Il resto, come si dice, è storia.

Per sempre enfants terribles

Metal Gear Solid ha avuto numerosi sequel, non sempre all’altezza, va ammesso. Ma, almeno per me, ha dato vita a un rito: a ogni nuovo appuntamento, la comitiva s’è sempre riunita per ripetere quella notte indimenticabile. Più organizzati, ma sempre tenaci e con qualche inevitabile perdita nel corso del tempo, abbiamo ripetuto tante notti in bianco quanti sono stati i capitoli successivi proposti da Hideo Kojima. E come nella trama complicatissima e ricca di doppi giochi e complotti, siamo divenuti anche noi degli enfants terribles.

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