Batman: quando Tim Burton ci mostrò la via ai cinecomic

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Batman

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«Hai mai danzato col diavolo nel pallido plenilunio?».

Presi per il bavero

C’è figurina e figurina. C’è la rara, la rarissima, la mi-manca e quella che ti stalkera, apparendo in ogni bustina. Tra calciatori, animali, filmoni Disney e spaccati del Bel Paese, ognuno di noi deve averne ancora una indimenticata. La più bella, quella che apparendo dal pacchetto emanava fascino anche quando era l’ennesimo doppione, la Miss Figu, insomma, era per me semitrasparente, a forma di banconota da un dollaro e col sorriso da Joker di Jack Nicholson, al posto di George Washington. Era il 1989, la classe la prima media e, durante le ricreazioni, non si parlava d’altro. Era esplosa la batmania! Il 30 Ottobre di quell’anno infatti, nei cinema nostrani, era giunto l’ormai mitico Batman di Tim Burton (il 23 Giugno in quelli americani) e il suo impatto sulle nostre vite fu dirompente. Da quasi 10 anni numerosi artisti avevano cercato di portare al cinema una versione aggiornata del personaggio DC Comics ma, tra progetti rimandati, incertezze stilistiche e dubbi di vario genere, i diritti acquisiti nel momento di maggiore stanca dell’Uomo Pipistrello rimanevano inutilizzati. Finché Warner Bros., incoraggiata dal successo di Superman, decise di buttarsi, affidando il timone del progetto a un astro nascente di Hollywood, quel Tim Burton che, con Beetlejuice, aveva portato al cinema una macabra ventata d’originalità.

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E fu una scelta perfetta, perché Tim Burton, da non amante del personaggio, riuscì a intravederne l’energia potenziale celata in alcuni fumetti leggendari come Batman: the Killing Joke e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Quelle tavole trasudavano violenza e follia: il protagonista non era il solito, rassicurante eroe, ma un incerto nemico del male, disposto a trasfigurarsi nei propri demoni per abbattere gli spietati avversari. Un’atmosfera assai lontana dai POW-TUD-BADACRASH del telefilm degli anni ’60. Per incorniciare la visione di una Gotham gotica e spettrale, fu scelto lo scenografo Arthur Furst, che riuscì nell’impresa di dare allo stile del regista una dimensione ideale. Avvalendosi dell’esperta passione dello sceneggiatore Sam Hamm, la vicenda presentò il dramma del protagonista un po’ alla volta, mischiando le carte, in modo da rendere tutto comprensibile e godibile anche a chi non avesse mai sfogliato un fumetto in vita sua, riuscendo però a renderlo empatico al punto giusto per un pubblico di fine anni ’80 che tenesse conto anche di noi, che allora eravamo ragazzini.

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La scelta del cast fu la più pericolosa delle roulette russe, non solo perché Michael Keaton non era proprio il volto che il pubblico più affezionato all’Uomo Pipistrello avrebbe immaginato volentieri sotto la maschera, ma soprattutto perché un Joker come Jack Nicholson avrebbe potuto metterlo in secondo piano in tutte le scene, come già stava di fatto accadendo con la locandina. Malgrado pressioni, ricatti, preghiere e minacce, Tim Burton tirò dritto, pur consapevole che un flop gli sarebbe valso una damnatio memoriae. E fece bene a seguire la sua visione, perché quel Batman fu, e ancora oggi è, una formidabile pagina di cultura pop.

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Quel film fu il vero Star Wars della nostra generazione: prese il fumetto cinematografico elevandolo dal rango di pecionata a quello di genere, spalancando le porte a un merchandising di notevole livello. Il menzionato album delle figurine, a esempio, era solo uno dei petali di questo fiore oscuro. Come dimenticare il fantastico arcade per Commodore 64? O i flipper in sala, i balli in discoteca coi brani musicali di Prince e Danny Elfman? Per non parlare della diffusione di magliette, cinte con fibbie imponenti, fanzine con poster di una certa Kim Basinger.

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Già, Kim Basinger: c’era anche lei a farci battere il cuore, la diva che aveva fatto impazzire i nostri papà e che da quel momento era anche un po’ il nostro sogno impossibile. Intendiamoci: Batman era già Batman, ma solo entro certi confini dell’immaginario. Tra i collant imbottiti dell’onomatopeico telefilm con Adam West e la tuta voluta da Tim Burton c’era un abisso di dignità così ampio, che il saltarlo ci emozionò potentemente, facendoci percepire d’essere rispettati come pubblico. E dall’altra parte del crepaccio ci sentimmo orgogliosi e maturi. Un po’ come il padre di Billy Elliot, quando ammira il figlio adulto danzare nel finale de Il Lago dei Cigni. Solo che il nostro eroe, tornando a terra ci sollevava per il bavero dicendoci: «Sono Batman!». E da quel momento nulla sarebbe più stato come prima.

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