Robin Hood: il Principe dei Ladri. Storia di un cult inaspettato

Robin Hood: il Principe dei Ladri

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«Sono partito in guerra in cerca di gloria, ma ho capito che il campo di battaglia è l’ultimo posto dove trovarla».

Un cult inaspettato

Alla fine degli anni ’80, Pen Densham ripensò la figura classica di Robin Hood, descrivendolo come un nobile inglese che aveva visto gli orrori della guerra, in questo delle crociate, e che, una volta tornato in patria, la trovava governata da un tiranno. Prima d’allora, le sue avventure erano state descritte pesantemente edulcorate dal significato politico e avevano per lo più voluto mostrare un eroe scavezzacollo e impudente. Pen, invece, descrive un eroe ricco della sua irriverenza verso un’autorità non riconosciuta ma che, al contempo, si comporta da nobile cavaliere. Lo script piace e ci si mette poco a trovare un produttore e un regista, Kevin Reynolds, il quale riesce a coinvolgere Kevin Costner, col quale aveva lavorato già in passato. Fu una fortuna, perché l’attore aveva già rifiutato diverse volte quella stessa parte e inizialmente’ la scelta s’era orientata su Cary Elwes. Ironicamente, quest’ultimo sarà un altro Robin Hood, ma nel film parodia Un Uomo in Calzamaglia. A proposito di Elwes: fa pure sorridere che, per il ruolo di Lady Marian, fosse stata scelta all’inizio Robin Wright, la quale dovette rinunciare perché incinta e cedette il ruolo a Mary Elizabeth Mastrantonio. Con Elwes e la Wright, si sarebbe riunita sullo schermo la fenomenale coppia Westley e Bottondoro, de La Storia Fantastica.

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A ogni modo, Robin Hood: il Principe dei Ladri mette a segno un cast di grandissimo spessore: accanto a Kevin Costner e Mary Elizabeth Mastrantonio, si uniscono Alan Rickman nel ruolo dello Sceriffo di Nottingham, Morgan Freeman come comprimario, un giovanissimo Christian Slater nei panni di Will Scarlett. Insomma, una buona storia, tanti attori e un regista che aveva col protagonista un buon rapporto: non c’erano molte premesse per fare andare le cose male, eppure….

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Tanto per iniziare, gli esterni si girarono in Inghilterra, terra famosa per un clima mite e, soprattutto, stabile. Giusto? Ecco, per l’appunto… Già il primo giorno di riprese, a causa delle condizioni meteo, gran parte del traffico aereo della zona fu deviato e la nuova rotta passava perfettamente sopra le location delle riprese. C’era poi la questione della lotta contro il tempo: non solo Kevin Costner aveva altri progetti, ma si temeva anche d’essere battuti sul tempo con l’uscita di un altro film sull’eroe di Sherwood. Morale: al regista furono date solo dieci settimane per la pre-produzione.

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Kevin Costner stesso poi fu causa di altri problemi. Il principale fu quello di non essere Alan Rickman il quale, a detta di molti, lo surclassava per presenza scenica, tanto che ci si vide costretti in fase di montaggio a ridimensionare la sua parte, per non mettere in ombra l’eroe di Balla coi Lupi. Dal canto suo, Kevin Costner fu protagonista anche di una scelta à la Boris, quando s’impuntò per interpretare il suo Robin Hood con uno smaccato accento inglese. A lui, californiano, non veniva particolarmente bene e i critici non mancarono di farglielo notare. Alla fine, però, si riuscì ad arrivare in sala: sebbene i critici lo valutarono in maniera tutt’altro che lusinghiera, Robin Hood: il Principe dei Ladri riuscì comunque a diventare uno dei maggiori incassi del 1991. Kevin Costner e Kevin Reynolds ripeteranno lo stesso iter con Waterworld, pellicola che in un primo tempo sembrò affondare, ma che si riprese con le proiezioni all’estero e l’uscita in home video.

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Malgrado il pensiero della stampa specializzata, molti di noi videro Robin Hood: il Principe dei Ladri al cinema e ne rimasero affascinati. Personalmente, ricordo che lo apprezzai tantissimo. Vero che le scene che più mi rimasero in mente furono quelle con Alan Rickman, che non lesinò una pungente ironia nella sua interpretazione, ma altrettanto vero è che il mito di Robin Hood fino ad allora lo avevo visto solo con gli occhi della Disney. Una versione più adulta della storia andò a soddisfare il giovane adolescente che ero diventato nel corso del tempo. «Urca urca» era ancora un momento di gioia, ma questo Robin Hood tirava con l’arco, faceva il bagno nudo e si lanciava su una catapulta: non poteva non piacermi. Certo, col senno di poi notai anche altri aspetti: il giovane nobile arriva nella foresta tra gente umile e, a un tratto, porta la civiltà, facendo costruire un piccolo e funzionale villaggio dentro la foresta incontaminata di Sherwood. Un po’ snob, un po’ fanfarone, ma sicuramente coraggioso, Robin di Loxley combatte per la sua gente e pure per se stesso, per riprendere quel che è suo, cioè le terre sulle quali ha diritto di vita e di morte su tutti gli allegri compagni, se dobbiamo tener fede alle leggi medioevali. La circostanza, ovviamente, non trovò spazio nel film, ma nemmeno avrebbe dovuto, in effetti: il ragionamento, però, serve per capire cosa potrebbe comportare la rielaborazione di un mito classico come quello di Robin Hood.

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Robin Hood: il Principe dei Ladri è un film andò ben oltre le aspettative, eppure non riuscì a eguagliare i classici dai quali derivava. Piacevole, divertente e invecchiato bene, forse non è un cult, ma un momento entrato nella storia del cinema lo presentò ugualmente. Sul finire del film, appare anche Riccardo Cuore di Leone, nel sorriso sornione di Sean Connery. Un minuto d’apparizione per due giorni di riprese e 250.000 dollari di compenso, che l’attore volle devolvere interamente in beneficienza.

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