Поехали!

Jurij Gagarin

«Andiamo!».

«Vi dico arrivederci, cari amici, proprio come si dicono le persone quando intraprendono un lungo viaggio. Vorrei tanto abbracciarvi tutti, persone conosciute e sconosciute, amici intimi e sconosciuti. Arrivederci!».

Guardare il cielo è un’attività che l’essere umano difficilmente vorrà smettere di compiere. Abbiamo iniziato, a ridosso del raggiungimento della stazione eretta, a usare il cielo come contenitore dell’inspiegabile, spedendo in orbita paure, desideri, domande irrisolte e allocando nei suoi mutevoli e grandiosi aspetti la maggior parte delle nostre divinità, che a ben guardare altro non sono se non miscugli di paure, desideri e domande irrisolte.

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Quasi contemporaneamente, ci siamo dedicati a studiarlo, il cielo: classificando venti, nuvole, costellazioni, pianeti, galassie e distanze. Si può dire che è anche grazie all’aver alzato gli occhi al cielo che la scimmia è progredita ed è diventata uomo. È un amore eterno, una relazione millenaria che, con le dovute astronomiche virgolette, vede il cielo restare immutato e l’uomo, pur cambiando punti di vista, atteggiamenti e intenzioni, restare sempre col naso all’insù a osservare, studiare e sperare d’arrivare un giorno a toccarlo, questo cielo.

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Grazie alle nostre fantasie, Dedalo e Icaro si sono fabbricati delle ali di piume e cera; Luciano di Samosata ha usato un tifone per venire sollevato per 3.000 metri; Dante è trasumanato per raggiungere il suo Dio e il caro Astolfo è volato sulla Luna, in groppa a un ippogrifo. All’atto pratico, però, far volare un uomo e permettergli di superare indenne gli strati dell’atmosfera terrestre è stata una faccenda un po’ più complessa e molto più costosa. Dovremo aspettare molti secoli e un bel po’ di nefandezze, come i missili V2 che il Dottor Von Braun progettò nel 1943 e che costarono migliaia di morti, sia tra chi se li vide piovere addosso, sia tra chi li fabbricò in un campo di concentramento, o come la quantità di cani, scimmie, moscerini e tartarughe, cui del cielo fregava il giusto, spediti in orbita a cacarsi sotto o morire carbonizzati.

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Oggi, però, Nerdface vuole concentrarsi su uno degli episodi più intensi di questa tumultuosa storia d’amore e festeggiare il primo vero bacio tra un uomo e il suo amato cielo. Il 12 Aprile 1961, a 4 anni dal lancio del primo satellite Sputnik, fu finalmente un essere umano a essere proiettato in orbita attorno alla Terra. A bordo della sonda Vostok-1, molto più simile a una caffettiera che a un’astronave, Jurij Gagarin, terzo figlio di una famiglia di contadini provenienti dall’Oblast’ di Smolensk (guarda un po’, lo stesso da cui proveniva Isaac Asimov). Spinto da tonnellate di carburante e di propaganda sovietica, volò per 1 ora e 48 minuti attorno alla Terra, arrivando a un’altitudine di 315 km.

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Ora si potrebbe proseguire in molte direzioni: narrare la storia dell’esplorazione spaziale, dissertare sulle frasi che Jurij Gagarin davvero pronunciò mentre si trovava, per la prima volta nella storia dell’uomo, nel vuoto siderale, o su quelle che Nikita Krusciov sembra avergli voluto attribuire al rientro. Si potrebbero fare considerazioni sulla crudele ironia della morte che lo colse a soli 34 anni, mentre volava in aereo, oppure restare incantati dalle centinaia di omaggi che tutta l’umanità ha voluto porgere al primo cosmonauta sotto forma di parole, in prosa, poesia, musica o in immagini che ancora campeggiano nei posti più disparati e nei momenti più impensati. Non è chiaro nemmeno a noi come proseguire: dopo tutti questi anni, in un mondo che corre a velocità ben più vertiginose di quelle del razzo che portò il Vostok-1 nello Spazio e su un pianeta in cui un cretino che chiama i figli come targhe di automobili è quasi pronto a organizzare giri turistici in orbita per i più abbienti, il sorrisone di Jurij Gagarin in posa in alta uniforme o mentre indossa l’enorme casco bianco, su cui Nikita Krusciov si affrettò a far dipingere la sigla CCCP, potrebbe apparire davvero sbiadito. Da sembrare quasi più una storia inventata, come la Divina Commedia o l’Orlando Furioso.

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A guardar bene, la realtà offre una qualità di vita piuttosto deludente: anche momenti grandiosi come i voli dei Vostok e degli Apollo, se guardati da certe prospettive, assumono connotazioni dolorose. La corsa allo Spazio è solo un’appendice luccicante del feroce scontro tra civiltà ai due lati della cortina di ferro. Più il dolore della gloria, a conti fatti. L’ideale prosecuzione, quindi, sarebbe quella di andare oltre, tenendo a mente e portando all’estremo l’esortazione che Jurij Gagarin stesso, primo uomo a toccare il cielo, pronunciò mentre accelerava verso l’ignoto. Oltre a quanto avvenuto il 12 Aprile 1961, al netto di ogni cosa ci svilisca, ci scoraggi o ci renda peggiori: поехали, andiamo!.

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