Paolo Gaudio ricorda una lezione indimenticabile di John Landis
John Landis

«I’m following a real event and real people».
Una lezione indimenticabile
Ho avuto la grande fortuna d’incontrare John Landis nell’ottobre del 2010. Il regista si trovava a Roma per presentare al pubblico della Festa del Cinema il suo ultimo film, Ladri di cadaveri: Burke & Hare, mentre io ero uno di quelli che stava aspettando la sua lezione di cinema come un bambino aspetta la notte di Natale.
Attingere alla creatività
In quel periodo stavo per iniziare le riprese del mio primo film, Fantasticherie di un passeggiatore solitario, e vi lascio immaginare lo stato d’animo in cui mi trovavo. Oltre che agitato, eccitato e nevrotico, mi stavo riscoprendo terribilmente scaramantico e scorgevo segni benevoli o nefasti in ogni dove.

Dunque, dal mio punto di vista ascoltare la chiarezza del pensiero di John Landis e, magari, riuscire a stringergli la mano certamente mi avrebbe portato fortuna. Per quanto assurdo possa apparire, la possibilità di ricevere una piccola parte del talento e della creatività del regista di Animal house solo standogli di fianco mi appariva realistica e perfino logica.
Come avvicinare John Landis?
Ritirai il mio biglietto e mi precipitai all’ingresso della Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, in grande anticipo. Troppo anticipo. La sala stava ospitando un altro evento e non era concesso l’ingresso almeno per un’altra ora. Nell’attesa, realizzai che il posto assegnatomi si trovava in ultima fila: panico! Ciò portava le mie possibilità d’avvicinare John Landis prossime allo zero.

Non mi diedi per vinto: nel momento in cui mi fu possibile accedere alla sala, decisi d’ignorare l’assegnazione automatica del posto e andai a sedermi in prima fila, con grandissima disinvoltura. In pochi minuti la platea cominciò a riempirsi di gente. Tanta, tantissima gente e di tutte le età. Ricordo d’aver notato perfino la presenza di Sergio Castellitto, che in quell’edizione vestiva i panni di Presidente di Giuria.
Tutti alla corte del regista
Esatto: all’epoca la Festa del Cinema di Roma aveva un concorso, ma questa è un’altra storia. Mi accorsi di lui perché aveva un posto in terza fila: dunque, il Presidente era in terza, mentre io ero in prima.
Ammetto che in quel momento la mia spavalderia subì un duro colpo e la mia coscienza cominciò a suggerirmi un ridimensionamento. Avrei dovuto rivedere la mia strategia, nonché individuare il mio posto e avrei dovuto farlo in fretta, poiché più passava il tempo e meno scelta ci sarebbe stata.
Una questione di scelte
Ero davvero combattuto e non riuscivo a prendere una decisione: tornare al mio posto originario non era un’opzione, ero lì per un motivo e non l’avrei mai ottenuto in ultima fila. Quindi, dovevo scegliere se restare su quella poltrona magnifica, ai piedi del palco da dove avrebbe parlato John Landis, sopportando la consapevolezza d’essere stato il furbetto che s’appropria di quanto non gli spetta, oppure spostarmi verso una modesta, ma dignitosa decima fila.

Mentre riflettevo su tutto questo e m’interrogavo su cosa avrebbero pensato di me Nietzsche, Marx o Arnold Schwarzenegger, le luci delle sala si spensero dolcemente e John Landis fece il suo ingresso. Un applauso fragoroso spense ogni mio proposito da stratega e accettai la scelta operata dal destino. Proprio mentre mi mettevo comodo sulla mia poltronissima, pronto ad ascoltare cosa avrebbe avuto da dire il grande regista americano, una mano picchiettò leggera ma decisa sulla mia spalla sinistra. Mi voltai di scatto e una signora di mezza età in perfetto inglese madrelingua mi comunicò che ero seduto al suo posto.
La donna che non t’aspetti
Preso da un impeto d’arroganza e faccia tosta chiesi alla signora di controllare bene il biglietto in quanto quello era il mio posto e non mi sarei spostato tanto facilmente. La donna, con classe ed eleganza infinita, mi disse che non era in possesso di alcun biglietto, ma che l’organizzazione del Festival le aveva riservato quel posto al fine d’assistere alla masterclass di suo marito.
Con la coda tra le gambe
Avete capito bene: avevo occupato abusivamente il posto riservato alla moglie di John Landis, Mrs. Deborah Nadoolman, tra l’altro grandissima costumista di pellicole come The Blues Brothers o Indiana Jones. Con infinita vergogna mi alzai scusandomi in tutte le lingue del mondo, cedendole il posto e allontanandomi con la coda tra le gambe.

Dopo quanto era successo, trovare un’altra sistemazione mi sembrò un’impresa straordinaria, ma per fortuna una hostess dell’Auditorium che aveva assistito a quella scena pietosa fu mossa a compassione e mi scortò a una poltrona libera in seconda fila.
Una posizione decisamente laterale, ma comunque ottima. Niente male, affatto! A quel punto, il peggio era alle spalle. Mi sentii sollevato e finalmente pronto a godermi la lezione di cinema dell’autore di Un lupo mannaro americano a Londra.
Le difficoltà di fare commedia
E che lezione, amici di Nerdface! John Landis chiarì a tutti quanto fare commedia fosse difficile e spesso troppo sottovalutato dalla critica e dai Festival; di come una scena musicale sia semplice da realizzare, ma necessiti di grandi interpreti per restare eterna; del suo rapporto con John Belushi e di quanto fu doloroso affrontare la sua morte; di come la risata e lo spavento siano sorelle e di quanto il cinema americano sia in crisi (stiamo parlando di dieci anni fa, sic!).
Come Ed Wood
Fu illuminante e divertente ascoltarlo e, pure se ero seduto, credetti di fluttuare ogni volta che una sua dichiarazione mi colpiva. Realizzare che le opinioni di un mostro sacro coincidevano con le mie e che le sue frustrazioni erano le mie medesime, fatte le dovute proporzioni, mi riconciliava col cinema e coi sogni coltivati sin da bambino. Mi sentii come in quella scena di Ed Wood di Tim Burton, quando il protagonista, interpretato da Johnny Depp, incontra Orson Welles e scopre di vivere le stesse miserie e le stesse gioie del suo idolo.

Proprio mentre m’abbandonavo a romantiche elucubrazioni, John Landis si congedò dal pubblico e, nel giro di pochi istanti, un piccolo esercito di fan s’accalcò ai piedi del palco. Compresi che era giunto il momento d’agire anche per me e, senza pensarci troppo, m’unii a quella massa urlante in cerca di autografi e foto ricordo.
Il momento di agire
Provai a farmi largo tra tutte le persone, al fine d’avvicinarmi il più possibile al mio obiettivo, ma non fu un’impresa semplice. I bei tempi in cui era consentito assembrarci senza alcuna paura mi giocavano contro, ma non m’arresi e iniziai a urlare il suo nome. «John, sono qui!», strillai senza vergogna. Non ero l’unico a tentare d’attirare la sua attenzione, ma forse ero quello più deciso a farsi sentire.
Finalmente l’incontro con John Landis
E in effetti, John Landis udì la mia voce: «Ehi, ti vedo, amico mio…». Sorrise e mi diede la mano, avvicinandosi a me. Io l’afferrai e, senza mollarla nemmeno per un secondo, provai a raccontargli del mio esordio al lungometraggio che sarebbe avvenuto da lì a pochi giorni. Per ben due volte. Il mio inglese è quello che è, inoltre, e intorno a noi regnava il caos.

Al mio secondo tentativo, John Landis comprese cosa stavo dicendo ed ebbe luogo un dialogo molto significativo per me, che riporto qui di seguito così come lo ricordo.
«Giri il tuo primo film? [ride] Buona fortuna, amico, spero che vada meglio del mio!»
«In realtà, ha qualcosa in comune con Slok…»
«Davvero? E cosa?»
«Be’, lo sto auto producendo con l’aiuto dei miei amici, come hai fatto tu. E poi ho un attore mascherato da creatura demoniaca, un po’ come lo scimmione del tuo film!»
«Magnifico! [ride di gusto] Allora vedrai che, anche dopo un milione di film, questo resterà sempre il più importante per te. Perché lo state facendo solo per amore».
In quel momento gli lasciai la mano e osservai John Landis andare via dietro le quinte. Sono passati dieci anni da quell’incontro e John Landis è tornato in Italia un altro un paio di volte.
Fantasticherie di un passeggiatore solitario ha fatto il suo giro, che per certi versi sta continuando ancora a fare. Tuttavia, amici di Nerdface, devo proprio confessare che quella che all’epoca m’era apparsa come una frase romantica e d’effetto di un regista enorme, ma forse un po’ nostalgico del tempo passato, oggi m’appare come una verità incontrovertibile.
Ritrovare il senso delle cose grazie a John Landis
C’è un momento in cui la vita è illuminata dal senso e coincide sempre con l’amore. Sia esso per una persona, per un mestiere o perfino per un film. Ogni volta che mi sento sfiduciato, che non capisco chi me lo faccia fare a sopportare tutta la fatica e il senso di precariato che questo mestiere dà, ripenso alla frase pronunciata quel giorno dal regista di Una poltrona per due e tutto il mio amore si rimette in circolo e mi salva la vita. Grazie John Landis. Grazie per quella lezione.












