Un’irresistibile vendetta

Shrek

«Alcuni potranno morire, ma è un sacrificio che sono pronto a fare!».

Molti grandi film nascono dal cuore e dalla creatività di artisti che, grazie all’unione dei loro talenti, riescono a portare in sala cult memorabili, nonostante le avversità. Da Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, fino ad Alien di Ridley Scott, grandi capolavori nascono dal lavoro condiviso. Non sempre è così, però. Altri nascono, come si suol dire, a tavolino, dal risentimento di un ricco produttore che, cacciato da uno studio, vuole vendicarsi per tutti i torti subiti (almeno secondo lui). Questa è la storia di Shrek, uno dei film d’animazione più celebri di sempre ma che, al suo interno, nasconde una storia di vendetta, odio e risentimento.

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Gli anni ‘80 per la Disney non furono un decennio memorabile. Oggi, appena sentiamo il nome dello studio, immaginiamo subito una creatura cosmica gigantesca in stile Cthulhu o altre mostruosità di Lovecraft. Qualcosa di tentacolare, gigante e immortale. In realtà, 30 anni fa la situazione era piuttosto deludente. Dopo alcuni risultati altalenanti al box office, la Disney riuscì, grazie alla visione di Michael Eisner, subentrato come CEO della compagnia, fondatore della Touchstone, lo studio di film considerati più maturi, a inaugurare il Rinascimento Disney con La Sirenetta, nel 1989, facendo il primo passo in una lunga corsa verso il dominio del cinema mondiale. Insieme a lui era presente un’altra figura di rilievo, Jeffrey Katzenberg, assunto proprio da Eisner per affidargli le redini dei Walt Disney Studios.

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Con la sua conduzione, o forse sarebbe meglio dire nonostante, la Disney riuscì a portarsi in cima alla gerarchia della folta concorrenza hollywoodiana. Infatti, gli anni di Katzenberg furono caratterizzati da un altalenante andamento in termini di box office. Per ogni Sirenetta, lo studio sfornava flop come Dick Tracy. Inoltre, il Presidente dei Walt Disney Studios fu anche protagonista di alcune scelte discutibili, che quasi rovinarono grandi progetti di successo. Dopo l’accordo con la Pixar, siglato nel 1992, Katzenberg sfruttò l’occasione per realizzare film d’animazione mirati a un pubblico decisamente più adulto rispetto a quello che immaginiamo oggi. All’epoca, la casa di produzione era a lavoro su Toy Story, uno dei film più celebrati di sempre. La visione del produttore, però, si scontrò con quella dei dirigenti dello studio i quali, una volta vista una prima presentazione del film, decisero di cancellare il progetto. Per fortuna intervennero gli artisti della Pixar, che promisero di sistemare il problema in due settimane. Il resto è storia.

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Stessa cosa accadde nel 1994, quando Katzenberg era intento alla supervisione di due film d’animazione Disney: Pocahontas e Il Re Leone. Il produttore ebbe grandi preferenze per il primo film, trattandolo come un progetto di Serie A. Inutile dire che, alla loro uscita, Il Re Leone divenne un vero e proprio fenomeno, mentre Pocahontas performò sotto le aspettative al box office, soprattutto nel lungo periodo. Quell’anno rappresentò la rottura fra Katzenberg e la Disney, soprattutto con Michael Eisner. Dopo vari screzi interni, decisero di separarsi. Il produttore, però, non restò con le mani in mano per molto. Fondò, infatti, insieme a Steven Spielberg la DreamWorks.

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Lo studio partì subito col piede giusto, con una bella mossa scorretta nei confronti della Pixar. Nel 1998, mentre lo studio d’animazione era al lavoro su A Bug’s Life, un film d’animazione 3D con protagonista una formica, il cui pitch fu presentato nel 1988, proprio quando Katzenberg era ancora dirigente della Disney, DreamWorks decise casualmente di produrre Z la Formica. Leggenda narra che, una volta saputo del progetto della Pixar, Katzenberg decise di copiare di sana pianta il film e di rilasciarlo addirittura prima del suo competitor. Il produttore chiamò, per le voci del film, due attori famosi più fra gli adulti che fra i bambini, come Woody Allen e Sylvester Stallone, per portare in sala un film d’animazione sagace e ironico, che potesse soddisfare anche i più grandi.

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I due film uscirono a pochi mesi di distanza, nel 1998: a vincere il confronto fu quello della Pixar. Dopo varie frecciate piuttosto esplicite fra Katzenberg e Steve Jobs, all’epoca capo dello studio, DreamWorks sembrò acquietarsi provando un percorso proprio, rilasciando Il Principe d’EgittoLa Strada per El Dorado e Galline in Fuga. Nel 2001, però, la discordia di Katzenberg raggiunse il suo apice. Vi chiederei in questo momento d’aprire Spotify e mettere in loop All star degli Smash Mouth perché, finito questo cappello introduttivo, è finalmente ora di parlare di Shrek.

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Il film della DreamWorks, come tanti lavori a Hollywood, passò per quello che molti chiamano il Development Hell, ovvero uno stato di stallo della produzione dalla durata consistente. Sin dal design, che doveva essere prima cartoonish e caricaturale, per poi diventare il volto empatico che conosciamo tutti, preso fra l’altro da Maurice Tillet, lo sviluppo di Shrek durò circa 10 anni. Gli intoppi dovuti alle volte a tragedie, come la morte dell’interprete del protagonista, Chris Farley, i glitch dei programmi d’animazione che causavano espressioni facciali dei personaggi piuttosto grottesche, e una sceneggiatura che stentava a venir fuori, portarono lo studio a rendere il film un vero e proprio centro di detenzione per i dipendenti di DreamWorks, i quali per punizione erano mandati a lavorare sulla pellicola come sorta di punizione. Ma sapete come si dice: «L’odio vince sempre sul bene e sull’amore»… Alla fine, Shrek vide la luce.

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Con una campagna marketing piuttosto dirompente, che portò La Gazzetta dello Sport a cambiare per un’uscita il suo classico colore rosa al verde del nostro orco il film, nonostante le premesse, fu un successo incredibile, tanto da salvare la DreamWorks dal baratro. Inutile dire che, a distanza di anni, i tantissimi riferimenti ironici nei confronti della Disney furono notati da tutti. Con le prese in giro a Disneyland, accusata d’essere solo una landa di materialismo insensato, e a Michael Eisner, il quale ispirò la realizzazione di Lord Farquaad, rappresentato anche come un nano (termine usato da Eisner per descrivere Katzenberg) vanitoso, il produttore della DreamWorks ebbe la sua vendetta, guadagnando 250 milioni di dollari grazie a una causa con Disney dovuta a diritti sugli incassi dei film prodotti con la casa di Topolino. Non solo: riuscì, nonostante le prese in giro palesi, anche a cautelarsi dagli avvocati dello studio, organizzando proiezioni preventive per questi ultimi, evitando così cause gravose inutili.

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Shrek nonostante sia un cult inestimabile non proviene da un’utopia cinematografica in cui l’artista è al centro del progetto, ma da un uomo molto ricco e altrettanto arrabbiato, che giurò vendetta e l’attuò nel modo più creativo possibile. Queste circostanze tolgono qualcosa al film? Certamente no. O almeno, non sminuiscono il grande lavoro fatto da centinaia di professionisti, capaci di rendere appetibile anche per noi questo articolato piano di vendetta. Inoltre, è d’obbligo ricordare i milioni di meme usciti fuori dal film, uno più bello dell’altro.

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